Maile Colbert è un’artista americana che lavora con differenti media tra New York e Lisbona. È direttore di Cross the Pond, un’organizzazione che si occupa di arte e di scambi culturali tra Stati Uniti e Portogallo, inoltre collabora con l’organizzazione Binaur [1] e contribuisce regolarmente con i suoi articoli di “Ecologia del suono” e “Sound Studies” presso Sounding Out” [2].

I progetti audiovisivi di Maile Colbert includono anche danza, opera, testo e altri mezzi. Attualmente si sta occupando della produzione di una performance Interdisciplinare and Intermediale, basata su una storia della tradizione marittima Portoghese totalmente personalizzata e re-interpretata, focalizzata sul concetto di “casa”; Passageira em Casa/The Passenger at Home, co-prodotta da Binaural e Cross the Pond, che è in tour nell’arco del biennio 2012-2014 in Portogallo, New York, Giappone, Australia e Brasil. Per l’artista “Intermediale” è quindi un sistema di suono, collegato in modo complementare ad altri media. Questa intermedialità riguarda anche la tecnica di collegamento tra media, spesso con suoni e immagini che si fondono, dal vivo e in tempo reale, e in risposta a un concept specifico.

Maile Colbert nel corso della sua carriera ha presentato i suoi lavori in proiezioni, mostre e spettacoli inclusi The New York Film Festival, The Ear to Earth Festival for Electronic Music Foundation di NY, LACE Gallery a Los Angeles, MOMA New York, Los Angeles County Museum of Art, Serralves em Festa a Oporto, the REDCAT Theater di Los Angeles, The Portland International Documentary and Experimental Film Festival, Sons d’Hiver Festival in Paris, the Future Places Festival a Oporto, HOERENSEHEN 2.0 a Berlino, Activating the Medium Festival a San Frncisco, The Exchange in Cornwall, UK, the Störung Festival di Barcelona, il Teatro Municipal di Guarda, the Observitori Festival a Valencia e ha performato ampiamente in Giappone, Europa, Mssico e Stati Uniti.  E’ stata inclusa nell’installazione del 2009 della UN Climate Conference e ha recentemente esposto un’installazione audiovisiva come uno dei progetti selezionati nella grande mostra a Guimarães, in Portogallo, Capitale Europa della cultura per il 2012.

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Questa intervista parte dal lancio del suo album intitolato Come Kingdom Come, un’opera sperimentale su millenarismo, pensiero apocalittico e teoria. Quest’album è uno dei risultati di un processo complesso di collaborazione e intersezione tra differenti media.

Ana Carvalho: Il concetto di intermedia può assumere una pluralità di approcci e cambia secondo l’interpretazione fatta da ciascun autore, opera o artista. Come viene interpretato il concetto di intermedia dal tuo lavoro?

Maile Colbert: Io spesso descrivo il mio lavoro intermediale come un “miscuglio”, o tessuto. Per me, quando si lavora con diversi media o discipline, ciascuna parte è una parte di un tutto… come un sistema, o una composizione. Questo deriva dalla mia esperienza nel sound design per il cinema, nel quale è necessario collegare l’audio con le immagini. C’è una citazione di Robert Bresson che amo e che mi viene in mente quando penso a questo: “Non usare due violini quando uno è sufficiente”. C’è un equilibrio da mantenere all’interno di ciò che è interconnesso, un dare e avere tra gli elementi.

Ana Carvalho: Concettualmente, i tuoi progetti sono il risultato (intricato) di esperienze personali del mondo, la storia e il pensiero su tutto il mondo. Il progetto Come Kingdom Come, per esempio, combina riferimenti all’apocalisse biblica, a catastrofi naturali e al passaggio del millennio. Tutti questi riferimenti sono trasferiti attraverso testo, audio e immagine. Come metteresti in relazione i media utilizzati in questo progetto con il suo contenuto, per arrivare a questa opera sperimentale molto bella e particolare?

Maile Colbert: Come Kingdom Come era originariamente destinato a essere una performance live, una produzione altamente collaborativa e interdisciplinare. L’idea era di avere punti di vista e influenze diverse che intervenivano sul progetto, che sentivo importanti per il concetto. Per vari motivi questo fu impossibile in quel momento, e invece di mettere il progetto in attesa ho deciso di ridurlo a un album. Mi è piaciuta l’intimità dell’album come formato, e credo che il progetto parli anche dell’“apocalisse personale”, offrendo spazio alle persone per rispecchiarsi mentre lo ascoltano.

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Quando si ripresentò l’occasione per il progetto di diventare una produzione dal vivo, non volevo perdere questa dimensione intima e personale, così ho deciso di proiettare le immagini in un trittico di schermi, e per il suono ho scelto il surround, dal vivo e studiato per quello spazio. Volevo che la danzatrice, Rafaela Salvador, ballasse dal vivo e che lavorasse con il video artista con il quale ho collaborato nel terzo schermo: Jesse Gilbert. Da un paio di anni collaboro con Jesse, e uso uno strumento visuale da lui costruito e basato su MaxMSP che si chiama SpectralGL [3]. In passato ho usato e lavorato su altre piattaforme, usando varie tecniche video dal vivo che prendono le informazioni audio e le processano in forma visiva, ma questo è uno dei sistemi più belli e più fluidi che abbia mai provato [4].

Il suono “cheep cheep” che si sente intorno al minuto 9:30 è il cinguettio di un uccello Brasiliano in pericolo di estinzione… Quei movimenti sono sincronizzati, in creazioni in tempo reale dallo spettrogramma del suono. Lo stesso accade con la danzatrice un po’ più tardi, con solo un live feed da una telecamera. Lei si muove verso il suono mentre l’immagine del suo movimento viene elaborata (con lo stesso suono) e proiettata in studio in tempo reale, in questo modo lei viene influenzata dall’immagine, creando così un vero loop di feedback tra media diversi. Sono ossessionata da questa qualità dei media di intersecarsi e questo è molto importante per un progetto nel quale, dal punto di vista concettuale, l’interconnessione è il tema dominante.

Credo che tutti noi gravitiamo naturalmente intorno a ciò che è la nostra “cassetta degli attrezzi”. Cerco di combattere questa situazione, in una certa misura, nella fase iniziale del concepire e immaginare un progetto, poiché non desidero limitazioni in questa fase. In questo senso, la tecnologia non è la parte centrale fino alla fase di pianificazione, che avviene immediatamente prima della produzione. Ma è vero, dipende dal progetto e a volte la tecnologia è parte del concept.

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Sulla performance c’è il problema della documentazione. Il video non mostra l’inizio e la fine mentre io mi muovo intorno al pubblico, prendendo un segnale VLF (very low frequency / onde lunghissime) dal vivo e integrandolo nel suono di partenza. Non si sentono neanche il respiro e il canto che si sviluppa attraverso. Io sto lavorando molto attivamente sul suono in diretta. In certi momenti (quando divento nervosa… e divento spesso nervosa!) innesco una respirazione e un canto circolare che il pubblico riesce a sentire.

Con questo progetto non abbiamo una risposta certa alla fine, ma questo non significa che non si ponga una questione chiara. Il progetto si è sviluppato mentre io abbracciavo una più ampia prospettiva ecologica, includendo registrazioni di specie in via di estinzione e di attività sismiche. Questo è successo quando pensavo che noi siamo solo una specie fra tante e riflettevo sulla nostra specifica prospettiva a proposito della Fine. La vita continuerà, naturalmente… Nel frattempo noi ci stiamo portando via troppo, veramente troppo. Penso che il progetto sia più una contemplazione che una domanda alla quale rispondere. A parte l’opera che ha inizialmente dato una certa ispirazione, The Book of Revelations (che include molte rivelazioni religiose, ma in un certo senso anche scientifiche), io stessa non posso dichiarare una specifica religione, ma qualcosa che mi piace delle antiche religioni è l’accettazione del mistero. Non ti poni una specifica domanda e non ti aspetti una risposta chiara: contempli. Il progetto intende riempire quello spazio con la sua esperienza.

Ana Carvalho: Lo sviluppo dei tuoi progetti, a ogni fase dello sviluppo, è spesso il risultato di dinamiche collaborative. Come ti poni in relazione di collaborazione con l’intermedialità?

Maile Colbert: Qui le cose diventano davvero interessanti. Per natura, io ammetto di essere un po’ maniaca del controllo. La pratica della collaborazione non è venuta in maniera naturale per me all’inizio e ho imparato davvero tanto grazie al lavoro con gli altri, che io considero miei maestri, come l’artista di Los Angeles Carole Kim, con la quale ho lavorato spesso quando vivevo là. C’è già una tale alchimia grazie all’arte e quando riesci ad ampliare il tuo gusto e ad aggiungere altri media, altre discipline, altri artisti, lasci spazio ad altre cose, come se fosse un’opportunità e una sfida riguardo all’idea di sviluppo e conclusione di un lavoro, ma anche di ciò che è necessario per arrivarci. Io ho abbracciato questa idea e ne sono innamorata, così come amo il risultato intermedio che viene dalla collaborazione di menti o sistemi diversi, che siano in contrasto o in coesione. Naturalmente, dipende dal progetto e dal suo obiettivo specifico. A meno che non cominci un progetto con altre persone fin dall’inizio, un’idea di solito svela progressivamente quali artisti e quali discipline le servono per essere completa. Le collaborazioni possono nascere anche da una necessità pratica, ovviamente, ed è spesso il caso del film-making, sebbene i miei lavori sperimentali in questo campo tendano a essere più che altro produzioni soliste. Ancora, la collaborazione viene sempre da esigenze particolari di ciascun progetto.

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Ana Carvalho: Quali sono le tue influenze nel campo dell’intermedia art oggi (artisti o collettivi, del passato o contemporanei)?

Maile Colbert: Succede spesso che nel campo dell’intermedia art le influenze tendano a venire dall’esterno del mondo dell’arte, da altre discipline. Ma nello specifico, parlando di intermedia e interdisciplinarità, Bill Viola, Joseph Cornell, Andy Warhol e Maya Deren sono le mie prime e più forti influenze. Sono andata al liceo in una piccola città sulla costa del Maine, negli Stati Uniti, così non sono stata tanto esposta alla video arte, ai film sperimentali o alla sound art. Di solito andavo alla discarica cittadina e pescavo dai rifiuti pezzi di legno, mobili, telai di finestre ecc. e li mettevo insieme in queste grandi pitture/sculture. Il mio primo “progetto sonoro sperimentale” comprendeva un piccolo registratore a cassette e la registrazione del rumore degli insetti chiusi dentro uno dei miei lavori. Ci sono molti artisti che potrei definire miei ispiratori, ma la cosa più importante del lavorare in collaborazione con altri è proprio l’essere ispirata dall’interno, dalle persone con le quali stai lavorando. Questa è stata la mia maggiore influenza durante l’ultimo decennio, che si trattasse di scrittori o vocalist o musicisti elettronici o film-maker. Ogni persona che ho avuto l’onore di conoscere e con la quale ho avuto l’opportunità di lavorare ha lasciato un segno su di me e io amo essere aperta a questa possibilità.


http://www.mailecolbert.com

Binaural/Nodar associate artist page

Sounding Out!: The Sound Studies Blog

Vimeo


Note

[1] Binaural: http://www.binauralmedia.org

[2] Sounding Out is an online magazine about sound studies: http://soundstudiesblog.com

[3] More on SpectralGL here: http://jessegilbert.net/code/spectralgl.

[4] Video documentation of the performance: http://vimeo.com/45571435