Chaos & cosmos è il titolo dal carattere universale della tredicesima edizione del CYFEST, che anche quest’anno come di consueto parte da New York, in particolare dal Dumbo, uno dei quartieri più cool di Brooklyn in cui si trova il Made in NY Media Center di IFP

Inaugurato il 13 dicembre 2019 – ma avrete tempo fino al 24 gennaio 2020 per visitare la prima tappa del festival – il CYFEST dedica questo nuovo e imperdibile appuntamento alla speculazione filosofica e politica, cercando di rappresentare in arte il cahaos & cosmos “questi due concetti, opposti e complementari, reminiscenze dell’antica filosofia greca che ancora oggi detta la logica del nostro pensiero, mediato dall’ordine tecnologico e confuso dall’infinità di informazioni che riceviamo”, come afferma Elena Gubanova, una delle artiste del CYFEST.

Tra le numerose proposte artistiche – opere multimodali e audiovisive – la curatrice internazionale Isabella Indolfi, presenta la videoinstallazione di Daniele Spanò, Line in the sand, costituita da un LED wall di ventisette schermi, che occupa la galleria del Made in NY Media Center di IFP. Il progetto – nato dallo sviluppo di Fino a qui, un lavoro precedente che l’artista ha riadattato più volte a superfici e luoghi diversi – intende “esplorare la relazione tra il corpo umano e lo schermo, considerando quest’ultimo non come una semplice superficie di proiezione, ma un punto di contatto tra il mondo reale e quello digitale. I performer Biagio Caravano e Roberta Zanardo si muovono come se fossero intrappolati all’interno dello schermo, colpendo violentemente la superficie del vetro o cercando di stabilire con esso un’impossibile intimità.”

Ho chiesto a Daniele Spanò di incontrarci per scoprire come è nata questa straordinaria collaborazione con il CYFEST, per farmi raccontare la storia di Line in the sand, e per conoscere i suoi buoni propositi per il nuovo anno…

IN ANTEPRIMA SU DIGICULT IL VIDEO REPORTAGE DELL’OPERA

Caterina Tomeo: Dopo tanti mesi finalmente riesco a intervistarti, sei sempre all’estero per nuove produzioni artistiche e teatrali. Sei appena tornato da New York con una bellissima esperienza in tasca. Come è nata la collaborazione con il CYFEST?

Daniele Spanò: Merito di Isabela Indolfi e della sua costante attività sia nazionale che internazionale. Nel 2017 sono stato invitato a partecipare a Corpus Anatomical Theatre, una mostra collettiva a San Pietroburgo, dove ho avuto la possibilità di far conoscere il mio lavoro ai curatori del CYFEST, Anna Frants e Elena Gubanova, e conoscere molti artisti russi. L’anno successivo la stessa Isabella ha proposto la mia partecipazione per la prima edizione del CYFEST in Italia nella meravigliosa location della Reggia di Caserta. Per quell’occasione realizzai una nuova produzione Caelum. Soli due mesi fa Isabella mi ha chiamato per questo nuovo appuntamento a NYC.

Caterina Tomeo: Quando ho visto questo tuo nuovo lavoro, non nascondo che ho pensato ad alcune opere di Studio Azzurro, a quel modo poetico di trasformare il video in una piattaforma virtuale che documenta la realtà del contemporaneo. Quanto ti riconosci in questi grandi pionieri della videoarte? È stato proprio Studio Azzurro, tra l’altro, a portare il video nel teatro grazie alla collaborazione con Giorgio Barberio Corsetti. Ti ricordi?

Daniele Spanò: Questa tua affermazione mi lusinga, ricordo benissimo la mostra di Studio Azzurro al Palazzo delle Esposizioni e quanto quella mostra abbia segnato una linea precisa nella mia ricerca visiva.

Contemporaneamente il lavoro di Giorgio Barberio Corsetti apriva alla videoarte nuovi orizzonti legati alla performatività ed al dialogo con il corpo, la parola e la musica. Oltre a Studio Azzurro un artista che ha fortemente ispirato il mio lavoro è stato Gary Hill. L’ho conosciuto quindici anni fa. Al tempo condividevo uno studio con altri videoartisti nel quartiere S. Lorenzo di Roma e Gary Hill ha realizzato lì, con la nostra collaborazione, la sua opera al Colosseo Resounding Arches. Poter lavorare al suo fianco è stata un’esperienza che mi ha nutrito e cambiato.

Line in the sand fa parte del mio filone di ricerca sul corpo e sulle sue possibilità. Una ricerca questa che si nutre delle mie numerose collaborazioni con compagnie di teatro e di danza e dalla mia attuale e profonda collaborazione con Luca Brinchi, uno dei fondatori della compagnia Santasangre.

Gli spettacoli dei Santasangre sono stati per me fondamentali sotto tanti punti di vista, lavorare con Luca è fonte di quotidiana ispirazione e confronto.

Caterina Tomeo: : Domanda di routine per gli artisti che incontro: qual è il tuo background artistico e musicale e quali sono le figure cui ti inspiri maggiormente?

Daniele Spanò: Una domanda complessa, mi viene in soccorso un libro che adoro: La natura non indifferente di S. Ejzenstejn dove l’autore cerca di decodificare il perché della sua passione per alcuni artisti invece che per altri. La risposta che si dà è che le opere che lo emozionano sono quelle in cui identifica l’ex-statis ovvero un cambiamento interiore, una possibilità intrinseca di trasformazione, di diventare altro fuori dal sé.

In questo senso quindi gli artisti che mi hanno segnato sono diversi per linguaggio, estetica e media utilizzato, ma con in comune lo stesso intento alla trasformazione, un cinetismo in potenza pronto a manifestarsi. Per questo tra Medardo Rosso, Agnes Denese, Nam June Paik  e Ben Frost per me il passo è breve!

Caterina Tomeo: Il tuo lavoro è diventato sempre più complesso, soprattutto nel momento in cui sei passato all’installazione multicanale. Quali sono le difficoltà tecniche che hai incontrato nella realizzazione di Line in the sand, un muro di dimensioni quasi monumentali, formato da ventisette schermi?

Daniele Spanò: Un bel rompicapo! La difficoltà però non è di carattere tecnico. Per i problemi tecnici serve tempo e si risolvono. In questo caso, per gestire ventisette file HD c’è voluto molto tempo. Il video finale è stato esportato a 6k il risultato visivo è stato molto soddisfacente.

Quello che è stato veramente complesso è stato immaginare la fruibilità delle immagini nello spazio, senza avere la possibilità di poterle provare precedentemente in galleria.

Caterina Tomeo: Quanto è importante la tecnologia nella tua ricerca e come pensi di creare nuove intersezioni con la performance ed il teatro?

Daniele Spanò: Negli ultimi anni il mio lavoro nel campo delle arti visive si sta spostando dall’utilizzo della tecnologia ad una ricerca che riflette sulla tecnologia e sui mutamenti che questa sta apportando alla vita delle persone in ambito politico e sociale. Nel teatro e nella danza il mio lavoro è invece al servizio del racconto. Il teatro è una palestra per le idee in cui spesso posso sperimentare e in cui la linfa vitale è nella collaborazione con altri artisti. In Excelsiordi Salvo Lombardo ho sperimentato un’idea diversa di scenografia multimediale che non prevedesse la canonica distinzione tra luci, scene e video. Il tutto è stato fuso in un’unica installazione capace di adempiere sia alla necessità tecniche sia drammaturgiche.

Questa mi sembra la direzione di ricerca interessante da intraprendere.

Caterina Tomeo: In questo lavoro è molto importante anche il registro sonoro, che hai realizzato in collaborazione con il sound designer Gup Alcaro. Il suono dà forza all’immagine e al tempo stesso descrive la fragilità del vetro contro cui si imbattono gli attori; ma quando l’azione diventa più violenta, i corpi dei performer si trasformano in strumenti a percussione, tamburi che fanno slittare la nostra percezione in un’altra sensibilità.

Daniele Spanò: Nel mio lavoro ho collaborato con molti musicisti, Pino Pecorelli, Franz Rosati (che ha musicato moltissimi dei miei lavori) ed ora con Gup Alcaro.

È affascinante come con ogni artista la modalità di lavoro sia differente. Non esiste una modalità standard, va creata una relazione. Ho conosciuto Gup Alcaro nello spettacolo di Walter Malosti Se questo è un uomo in cui io e Luca Brinchi abbiamo realizzato i contenuti video. Sono rimasto colpito dalla qualità del lavoro di Alcaro, non avevo mai sentito un progetto sonoro di questo tipo, una vera e propria drammaturgia di suoni.

Sono felicissimo che abbia accettato di collaborare con me nella realizzazione di Line in the sand. I suoni scelti provengono tutti dalle registrazioni originale dei corpi. Dopo molte prove siamo stati entrambi convinti che partire dal suono reale sarebbe stata la scelta giusta, è stato poi il montaggio e creare la ritmica.

Alcaro poi ha lavorato cercando di riprodurre la condizione originaria dell’impatto della carne sul vetro. Non avrei potuto immaginare risultato migliore.

Caterina Tomeo: Il corpo è quasi sempre presente nei tuoi video, come ben dichiara Isabella Indolfi, è “un corpo che traccia una linea di confine tra noi e i dispositivi digitali”, ormai estensione della nostra sensibilità. ..

Daniele Spanò: Nel mio primo lavoro d’arte pubblica Forgetful del 2010 una serie di corpi video proiettati “abitavano” la facciata di un condominio del quartiere Garbatella di Roma, solo oggi mi rendo conto che quello che stavo facendo era una coreografia. La mia tecnica consiste nel girare singole azioni di corpi in movimento, creo così un archivio di gesti. È poi nel montaggio che la coreografia si compone. Rispetto al video tradizionale la tecnica del video mapping aggiunge la componente spaziale, si tratta quindi di decidere come, dove e quando. Questo processo è ancora vivo e Line in the Sand nasce dagli stessi presupposti.

Caterina Tomeo: Mi incuriosisce molto il titolo Line in the sand? È una metafora?

Daniele Spanò: È una condizione. Credo che la superficie, lo schermo in questo caso, sia l’elemento di separazione tra spazio pubblico e privato, tra reale e virtuale, tra luce e materia. Nella videoproiezione la superficie è l’incontro tra la luce e la materia ancora prima che tra immagine e superficie, prima di tutto va capita la materia e le sue possibilità.

Caterina Tomeo: Se non sbaglio si tratta dell’evoluzione di Fino a qui, un progetto che hai già realizzato in alcune città italiane con l’uso di media diversi, penso ad esempio al Wall mapping sulla facciata del Teatro del Giglio di Lucca, dove una serie di figure umane affioravano dall’oscurità profonda e andavano verso lo spettatore, provocando distorsioni visive e sonore con il loro impatto sulla superficie fisica della facciata. Anche lì era come se i personaggi fossero intrappolati all’interno di uno strumento musicale e con l’impatto dei corpi innescassero una serie di mutamenti nel mondo reale. Sembrava di sentire le loro vibrazioni.

Daniele Spanò: Questo lavoro è figlio di Fino a qui ma ne sintetizza l’dea e la riformula per una visione indoor e multicanale. Fino a qui è invece un’opera di arte pubblica. In questo tipo di interventi quello che mi emoziona è il rapporto immediato dell’opera con la comunità. Un luogo familiare (come la facciata di un condominio o un teatro) diviene estraniante, la funzionalità dell’edificio viene stravolta, la sua forma alterata. È un terreno d’indagine delicato, bisogna prima di tutto entrare in relazione con il paesaggio e la geografia della città. Non basta definire “site-specific” un intervento di video mapping solo perché le colonne 3d sono perfettamente allineate con quelle dell’edificio storico di turno, senza conoscerne la storia e non amo i video mapping in cui l’esplosione dell’edificio sembra essere l’unico modo per sorprendere. Sono lavori che hanno a che fare con l’intrattenimento, si sottovalutano le persone ed il loro amore verso la propria città.

Non è un caso quindi che Fino a qui sia nato sulla facciata di un teatro.

Caterina Tomeo: Quali sono i tuoi progetti futuri?

Daniele Spanò: Nell’immediato vorrei passare più tempo in studio perché in questi ultimi due anni non ho avuto tempo per fermarmi a Roma con continuità e sperimentare. Vorrei imparare a dipingere. Può sembrare strano ma è un desiderio grande che sta crescendo. Il percorso dalla videoarte alla pittura mi stimola molto.

Ho dei nuovi progetti internazionali, ma sono scaramantico per ora non ne parlo… del resto lavoro in teatro!

Caterina Tomeo: Pensi il linguaggio dell’audiovisivo possa essere vicino ai giovani? Al modo di pensare dei giovani? Stai sperimentando nuove forme espressive?

Daniele Spanò: Caterina, questa tua domanda mi fa pensare molto… Ho l’impressione che i giovani abbiano bisogno di interfacciarsi con più linguaggi contemporaneamente. A NYC ho incontrato il mio amico artista Mattia Casalegno e ho provato la sua esperienza multisensoriale Aereobanquets RMX, una degustazione in VR. Al The Shed invece Simon Fujiwara con Empathy I ha proposto un lavoro che lui stesso definisce 5D. Sono lavori profetici ci aprono a immaginari ed a modalità di fruizioni completamente nuove, questo è eccitante!