Ho sognato che, accanto al nostro mondo, ce n’era un altro e questi due mondi erano uniti da un ponte. Subito dopo aver attraversato il ponte, fummo invitati a liberarci dei nostri vestiti e ad appenderli agli appositi attaccapanni. Sopra di essi vi era un cartello con questo messaggio: “Prima di entrare nel nuovo mondo, siete pregati di lasciare qui i vostri ego!”[1]

Volge al termine, in concomitanza con la chiusura di Manifesta 12, Liminaria progetto di ricerca che indaga il suono e le nuove tecnologie per attivare un processo di interazione tra territori, paesaggi e comunità locali. A cura di Leandro Pisano e Beatrice Ferrara, il progetto dopo cinque anni di attività, sceglie Palermo inserendosi tra gli eventi collaterali di Manifesta 12 e ospitato negli spazi di Kaoz grazie alla collaborazione con DimoraOZ, per concludersi con un calendario densissimo strutturato da talks, presentazioni, performances e residenze. Il progetto nasce dall’esigenza di creare una connessione con il territorio locale, cercando di rileggerlo attraverso le possibilità offerte dal suono e dalle sue pratiche estetiche, con l’obiettivo di aprire spazi critici e domande sul senso di appartenenza al territorio stesso. In questo senso, i media sonori e digitali diventano parte di un processo in cui collaborazione, partecipazione e interazione possono ridefinire le pratiche creative in azioni sociali.

Liminaria (partendo da una matrice legata a gli studi culturali e postcoloniali) ha regalato a Palermo una lettura trasversale di quelle aree, che seppur fagocitate dal processo di espansione, mantengono ancora delle piccole tracce di ruralità; conservando la storia di una Palermo contadina fatta di contraddizioni magiche, memorie poetiche, credenze e stratificazioni culturali. Per la città i curatori intercettano i quartieri di Brancaccio e Ciaculli per la loro pregnanza di narrazione storica. Una settimana di residenze che ha visto coinvolti artisti di altissimo spessore, sia locali che internazionali. Canecapovolto gruppo catanese, formatosi nel 1992, con una lunga attività di ricerca che spazia dal suono, al video e alle molteplici relazioni tra fruitore e opera. Fondatori della scuola FuoriNorma approfondiscono lo studio dei mezzi audio e video. Tramite corsi inoltre impartiscono una metodologia sperimentale di gestione della pratica artistica per la produzione, la diffusione e la comunicazione.

Alessandra Eramo artista, cantante e compositrice che, con modalità performativa, utilizza strumenticome la voce il suono e il corpo per affrontare concetti come la memoria e l’identità. La voce diviene così un territorio di sperimentazione che rievoca memorie sommerse e che permette al tessuto sonoro e multimediale di fondersi con quello epidermico. Fernando Godoy artista che vive e lavora a Valparaíso in Cile, utilizza diversi mezzi di comunicazione per la ricerca connessa al suono come fenomeno sociale e naturale, partendo dalle relazione tra la popolazione e il tessuto sonoro di appartenenza. Creatore e direttore dal 2008 del festival di arti sonore Tsonami, una piattaforma per la diffusione e lo sviluppo di buone pratiche contemporanee in Cile.

VacuaMoenia, progetto avviato nel 2013 da Pietro Bonanno e Fabio R. Lattuca, nati e attivi a Palermo, focalizza la propria ricerca, tramite la tecnica del field recording, su quei borghi costruiti in Sicilia durante l’epoca fascista, nel progetto di colonizzazione delle aree rurali ma che vennero in breve tempo abbandonati o mai abitati. Tramite l’archiviazione di schede di impronta sonora, storica e fotografica, mappe e progetti legati al tempo e allo spazio (attraverso anche pratiche installative e soundwalks ) ricompongono un puzzle memoriale che permette la restituzione di un racconto popolare e politico di questi luoghi ormai quasi dimenticati.

David Velez è un artista audio, video e performativo nato a Bogotá, in Colombia. Il suo lavoro si concentra su una serie di questioni che riguardano il rapporto conflittuale tra Il nostro vivere, il tempo ed il modo in cui viene percepito. La temporalità, vista come elemento interstiziale, permette la modellabilità, quindi concettualmente la dilatazione o il restringimento di essa e di come in maniera collettiva o singola le smisurate possibilità di variazione creano una permeanza in continua mutazione tra processo artistico e interlocutore.

Nella sua fugacità e nella sua materialità, il suono ci invita a registrare e a fare esperienza delle aree rurali, dei luoghi abbandonati e delle periferie urbane come spazi nei quali interrogare il nostro approccio alla storia e al paesaggio, il nostro senso di abitare un territorio e la relazione che abbiamo con esso.[2]

Liminaria utilizza come dispositivo il suono per avviare un processo di narrazione di luoghi e relazioni, creando delle mappature esperienziali. I progetti realizzati durante le residenze sono accomunati da una forte necessità di applicare un esercizio di creazioni di connessioni tra i luoghi fisici e le comunità che li abitano. Le pratiche della sound art possono generare cartografie relazionali ed epistemologiche impreviste, che producono “coscienza sociale”[3] scrive Leandro Pisano ed è quello che avviene praticamente nella performance realizzata per la residenza dagli artisti sud americani Fernando Godoy e David Velez. Un giro con Totò e Mario ripercorre il tragitto, sopra un bus pubblico, dal quartiere periferico di Brancaccio sino alla stazione centrale di Palermo e poi proseguendo a piedi fino a Kaoz.

Questo attraversamento, sia fisico che sonoro, permette attivazione di un processo di relazioni tra il luogo, le persone che lo abitano e gli spettatori. Tramite lo strumento sonoro Fernando e David, con una splendida semplicità, annullano lo spazio temporale e fisico, superando le inevitabili difficoltà linguistiche e creando immediatamente une relazione con le comunità locali. Tramite lo streaming realizzano un vero e proprio sound-tour, dove la voce narrante di un abitante di Brancaccio, che racconta le memorie di una Palermo antica, si mescolano ai suoni e rumori del bus e dell’ambiente circostante. L’esperienza di questo lavoro si conclude con l’arrivo del narratore e artisti all’interno di Kaoz, sorprendendo gli spettatori e annullando definitivamente le distanze fisiche.

Anche CaneCapovolto presenta, con Nemico interno, un tour tramite un format onirico adattabile in qualunque città. Una voce guida da ascoltare in cuffie, espone delle istruzioni al fruitore guidandolo nel tessuto urbano della città in un viaggio immateriale, dove tutti gli eventi o elementi casuali si intersecano con gli stimoli suggeriti dalla  voce pilota. Il progetto è ispirato al romanzo di H.G. Wells Il giocatore di croquet, ed è una considerazione su come l’ascolto o delle precise indicazioni possano modificare la visione stessa di un luogo sia conosciuto che sconosciuto. Giocando sulle alterità cognitive, tempo e spazio vengono condizionate riportando alla mente del fruitore un tempo indefinito, che non ha luogo e che pertanto si adatta a ogni luogo e in ogni tempo.

 La tematica degli interstizi mantiene con la dimensione temporale un forte legame e anzi prioritario, a partire dai fenomeni della vita quotidiana che sono stati definiti interstizi di I livello, quelli che si concretizzano in esperienze intermedie, di in-between o en-tre-deux, in termini non solo di tempo ma anche di spazio e – complessivamente – di comunicazione.[4]

In maniera provocatoria, ma senza mai essere banali, CaneCapovolto creano anche una riflessione su quelle pratiche di standardizzazione culturale che tramite strutture precostruite impongono un taglio specifico nella fruizione. VacuaMoenia, che già da anni segue una ricerca trasversale che accomuna gli studi sul paesaggio sonoro a quelli legati alle modificazioni della ruralità siciliana, porta invece all’interno di Kaoz tre box con tre loop audio da un minuto ciascuno che raccontano la Tenuta Favarella nella zona di Ciaculli attraverso tre tipi di micro paesaggi sonori diversi. La tenuta, tolta alla famiglia mafiosa dei Greco che si espande per 45 ettari, oggi è in fase di recupero per restituirla presto alla città.

In One endless minutes tre cassette in loop, trasmesse attraverso dei vecchi walkmans, al consumarsi delle batterie iniziano a rallentare e ad abbassarsi di tonalità, fino a spegnersi. In questo modo una triplice idea cristallizzata, cancrizzata, incastonata nel tempo, inizia a degradarsi sino alla sua totale dissoluzione raccontando un processo che porta il racconto del luogo a dissolversi nel silenzio. L’ascoltatore, inoltre, sentirà dalle cuffie in differenti momenti dell’installazione, un paesaggio sonoro diverso modificato dal degrado dello strumento stesso, aprendo anche una riflessione sulle variabili sonore legate al dispositivo che le riproduce.

Forse dovremmo asserire che la tematica essenziale della musica è l’ascolto.[5]

Una stratificazione di elementi raccontano un luogo in continuo mutamento, una trasformazione lenta e impercettibile che custodisce la storia, la struttura sociale e geografica di un luogo quasi dimenticato dai cittadini. Una sorta di pratica “warburghiana” che raccoglie e ripete elementi creando una immagine sonora in continuo mutamento che è soggetta a infinite narrazioni e combinazioni.

Invece Alessandra Eramo compie un esercizio introspettivo partendo da una leggenda metropolitana legata al quartiere di Brancaccio: un video trovato dall’artista che circola sui canali YouTube, dove una bambina racconta la caduta di un meteorite sul quartiere. Da questo input Alessandra costruisce una narrazione assolutamente visionaria annullando quel confine tra realtà e immaginazione. Durante la performance l’artista, nell’atto di leggere una storia, sovrappone media come la scrittura, il canto, il suono e la registrazione per permettere al fruitore di immergersi in una sorta di mondo surreale.

Un Meteorite si scaglia su Brancaccio

una bambina lo trova in un campo di cemento

tra i palazzoni di cemento

Evento

come il vento

che viene e che va

il rombo

come un motorino che viene e che va…[6]

Attraverso il suono assordante dei motorini che si snodano incessantemente tra le vie di Brancaccio e la voce di una bambina che narra le parole scritte dall’artista, Alessandra Eramo immerge lo spettatore in un mondo sommerso, fatto di antiche tradizioni popolari, ritualità e magia, donando ad esso un rispetto e una credibilità autentica e primordiale. In una sorta di processo rituale, citando V. Turner, l’artista propone sette possibili suoni del meteorite che, nell’atto performativo si scaglia dentro Kaoz. Il passaggio da uno status sociale all’altro è spesso accompagnato da un passaggio parallelo nello spazio, da uno spostamento geografico da un luogo all’altro[7] dice Turner, ed è proprio questa azione rituale ad annullare quello spazio liminale tra un quartiere popolare con le sue credenze ed uno spazio espositivo con le sue attività. Adesso la meteorite non è più un racconto popolare ma un accadimento speciale che acquista un valore rituale comune.

Oltre ai progetti di residenza si sono susseguiti un fitto numero di incontri e presentazioni di altissimo spessore. Sguardi Urbani presenta il suo progetto a cura di Luisa Tuttolomondo, Angela Solaro e Marco Mondino dal nome  Le mille e una Palermo, dove grazie a un’app scaricabile è possibile ripercorrere, tramite i cinque sensi, i percorsi della Palermo arabo-normanna. Nicola Di Croce presenta il suo testo Suoni al margine.

La territorialità delle politiche nella pratica dell’ascolto edito da Meltemi, aprendo una riflessione su quelle particolari trasformazioni legate a fenomeni collettivi come lo spopolamento, la gentrificazione, il turismo, la scomparsa di identità locali e di patrimoni culturali intangibili. Un dibattito aperto incentrato sui temi del Suono come flusso: tra etnomusicologia, sound art, paesaggio sonoro ha visto il confronto tra pubblico e le esperienze di ricerca di personalità come Alessandra Ciucci (Columbia University, New York) che incentra la sua ricerca, ormai da anni su musica, suono, e ruralità nella migrazione marocchina in Umbria.

 Andrea Laquidara (Università degli Studi di Urbino) propone una riflessione sul suono introdotto nell’immagine cinematografica e Anna Cestelli Guidi (Auditorium – Fondazione Musica per Roma) che con il suo intervento focalizza l’attenzione sull’importanza degli spazi dediti al suono e alle Esperienze sonore all’Auditorium di Roma. Splendido il film di Angus Carlyle Zawawa: the Sound of Sugar Cane in the Wind, una potente riflessione sul suono memoriale. Zawawa è la parola utilizzata dai cittadini di Okinawa per indicare il suono della canna da zucchero mossa dal vento, suono che riporta alla memoria degli abitanti dell’isola la guerra del Pacifico e delle sue conseguenze postbelliche. Il film è il risultato di una collaborazione durata dieci anni tra l’antropologo, Rupert Cox, lo scienziato acustico Kozo Hiramatsue l’artista sonoro Angus Carlyleche hanno affrontato uno studio degli effetti dannosi sulla salute e sull’ambiente causati dall’esposizione all’inquinamento acustico dei jet militari statunitensi sull’isola di Okinawa.

Questo perché il suono dei jet non può essere contenuto dai confini delle basi militari e delle traiettorie di volo da cui proviene, ma come tutti i suoni si muove e si deposita nei corpi degli ascoltatori rievocando la memoria dolorosa della guerra, squarciando una ferita non ancora chiusa e modificando completamente il paesaggio sonoro della città. Il suono è migratorio. Risiede sul posto anche successivamente al suo passaggio dice A. Carlyle evidenziando l’emergenza sonora che vive giornalmente la popolazione e l’ambiente di Okinawa; un’emergenza invisibile all’occhio ma che si permea in maniera latente e costante nell’ambiente circostante e nella gente con enormi danni per il tessuto sociale e naturale. Anche Yukiko Shikata (Curator /Visiting Professor of Tama Art University, Tokyo Zokei University) attenziona quei disastri ecologici che hanno visto modificare profondamente  alcune zone del Giappone.

Il grande terremoto del Giappone orientale seguito dallo tsunami e l’incidente della centrale nucleare di Fukushima Daichi sono stati quegli eventi talmente incisivi che hanno sollevato una domanda: In che modo i giapponesi hanno accettato la modernizzazione? Shikata propone una riflessione su quei luoghi liminali che si contrappongono tra natura e progresso tecnologico, in sintonia con la sua recente ricerca Border Studies che attraversa campi di media art, scienze naturali e sociali. Infine, all’interno di Kaoz è stata anche allestita Interferenze, mostra che ripercorre, attraverso gli artisti in residenza invitati nel corso di 15 anni, i progetti context-specific realizzati nei territori rurali del sud Italia. In questo percorso che si snoda dall’Irpinia al Sannio, dal Cilento al Fortore beneventano avviene la costruzione di una mappa sonora invisibile fatta di voci, luoghi e paesaggi.

Liminaria si conclude lasciando aperti dei canali di approfondimento che non riguardano solamente i professionisti di settore, perché implicano degli argomenti che includono dei modelli di rilettura del mondo, permettendo la conoscenza di strumenti per destrutturalizzare criticamente quelle memorie precostituite e attivare un processo virtuoso di interazione tra le comunità.


Note:

[1]  B. Benson, Tashi il bambino che salverà il mondo, pag. 7. Rizzoli, 1990.

[2]  L. Pisano, Percorsi sonori in Europa: cartografie critiche dell’ascolto, pag.180. Estratto da I. Chambers, L. Curti e M. Quadraro, Ritorni critici. La sfida degli studi culturali e postcoloniali, Meltemi, 2018).

[3]  L. Pisano, Percorsi sonori in Europa: cartografie critiche dell’ascolto, pag.181. Estratto da I. Chambers, L. Curti e M. Quadraro, Ritorni critici. La sfida degli studi culturali e postcoloniali, Meltemi, 2018.

[4]  G. Gasparini, Interstizi e universi paralleli, pag. 31. Apogeo, 2007.

[5]  G. Bohme, Atmosfere acustiche. Un contributo all’estetica ecologica, pag.111. Estratto da Ecologia della musica. Saggi sul paesaggio sonoro a cura di Antonello Colimberti. Donzelli Editore, 2004.

[6]  Testo di A. Eramo, courtesy dell’artista.

[7]   V. Turner, dal rito al teatro, pag.56. Intersezioni, 1982.


Bibliografia:

Agamben, La comunità che viene, Bollati Boringhieri, 2001

Benson, Tashi il bambino che salverà il mondo, pag. 7. Rizzoli, 1990.

Calvi, Paracarri: cronache da un’Italia che nessuno racconta, Rubbettino, 2015

Colimberti, Ecologia della musica. Saggi sul paesaggio sonoro, Donzelli Editore, 2004

Chambers, L. Curti e M. Quadraro, Ritorni critici. La sfida degli studi culturali e postcoloniali, Meltemi, 2018.

Chambers, L. Curti, La questione postcoloniale: cieli comuni, orizzonti divisi, Liguori Editore, 1997

G.Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto, Editore Cortina Raffaello, 2005

Gasparini, Interstizi e universi paralleli, pag. 31. Apogeo, 2007.

Godoy, C. Galarce, TSONAMI – memoria 10 anos, Tsonami Ediciones, 500 ejemplares, 2017.

Pisano, Nuove geografie del suono. Spazi e territori nell’epoca postdigitale, Meltemi Linee, 2017

Turner, dal rito al teatro, pag.56. Intersezioni, 1982.

Warburg, Atlas Mnemosyne / Mnemosyne Atlas, Ediciones Akal Sa, 2010


http://www.liminaria.org/en/