Se dovessi pensare a quale asset strategico sul piano dello sviluppo del paese meriterebbe la massima priorità, non avrei dubbi: quello delle aree interne.

Territori che, in pochissimi anni e senza alcuna pianificazione, in virtù di carenza di servizi, infrastrutture e opportunità lavorative hanno subito uno spopolamento senza precedenti nell’età moderna. Si pongono a tal proposito questioni fondamentali: come prendersi cura di questa Italia al quadrato, composta da una popolazione sempre più anziana e priva di legami sociali? Come non disperdere il patrimonio di conoscenze che compone questo territorio? Come valorizzare nella maniera adeguata le migliaia di storie di resistenza all’entropia che in tali territori si annidano? Quale il possibile futuro per questi territori?

Vivo in una grande città del sud dell’Italia ma sono nato e cresciuto proprio in una di quelle aree esattamente al confine tra ruralità e slum metropolitano, quelle maggiormente interessate dall’impatto delle politiche post-terremoto dell’Irpinia, quelle che hanno determinato – in concomitanza con fenomeni macroeconomici e di cambiamento di costumi ed immaginari – quella che è stata una vera e propria mutazione antropologica all’interno della società italiana. Per questo ho sempre guardato con sincero interesse ed empatia al lavoro di teorico e curatore di Leandro Pisano, il primo che, ormai venti anni addietro, ha capito della necessità di leggere questa mutazione con gli strumenti della contemporaneità elettronica. Negli anni il lavoro di Leandro si è evoluto con grande lucidità e con sempre maggiore spessore teorico.

L’ultimo sviluppo della sua ricerca è Il Manifesto del Futurismo rurale, scritto a quattro mani con la scrittrice e curatrice Beatrice Ferrara: una sorta di summa del percorso fatto in questi anni in forma di manifesto, che nasce come uno dei risultati finali dei primi cinque anni di attività di Liminaria, progetto di rigenerazione rurale basato su azioni culturali ad ampio raggio, condivise con le comunità locali e su pratiche di ascolto legate alle arti sonore all’interno di alcuni territori del meridione d’Italia (Fortore beneventano, Cilento, Molise, Puglia, Sicilia). Un testo che rivendica per i territori marginali e rurali la possibilità di trasformarsi in spazi e luoghi di azione ed immaginazione di futuri possibili.

Ne discuto qui con Leandro, a partire da tutto il percorso fatto per arrivare a questa sintesi.

Pasquale Napolitano: Nel tuo articolo pubblicato da Third Text nel 2015, “The Third Soundscape”, il “Terzo Paesaggio Sonoro” e gli spazi sonori della ruralità vengono letti come ambienti di conflittualità e problematicità riverberata sul territorio e nello spazio sociale, per citare un autore caro a entrambi, siamo nel solco di quella “ruralità critica” definita da Iain Chambers (Chambers, 2010). Perché a tuo avviso è proprio il suono ad essere, più di altri media, e non da ora, portatore di tali istanze critiche dei territori?

Leandro Pisano: Il suono rappresenta un dispositivo critico che consente di cogliere la complessità e il dinamismo con cui le geografie e i territori si rivelano secondo modalità e prospettive diverse. Attraverso i processi di deep listening, di ascolto “profondo”, come teorizzato da Pauline Oliveros, è possibile “sentire” le topologie, le dissonanze, le armonie, le risonanze che vibrano e si attivano nel momento stesso in cui i processi di ascolto prendono corpo, rivelando l’approccio “acustemologico” di conoscenza degli spazi e dei luoghi tramite l’ascolto. In questo senso, il suono dà forma ai territori, sondandoli nelle loro modalità di emersione e proponendoli, attraverso la pratica dell’ascolto, in tutta la complessità e la frammentarietà con cui essi si palesano. Esso li attraversa, rivelando storie nascoste, focalizzandosi sull’impercettibile, mettendo in discussione il senso stesso dell’attraversamento delle geografie della contemporaneità. Nella coesistenza di intangibilità e corporeità, il suono – come vettore che complessifica e interroga l’approccio iconico – ridefinisce l’esperienza delle aree rurali, dei luoghi abbandonati e delle periferie urbane, riconfigurandoli come spazi all’interno dei quali mettere in discussione il nostro approccio alla storia e al paesaggio, ma anche la relazione che abbiamo con il territorio stesso.

Pasquale Napolitano: Con il Manifesto del Futurismo Rurale è come se a mio avviso tu e Beatrice Ferrara abbiate cercato un “salto di scala” rispetto alle esperienza pregresse legate a new media in ambito rurale. Penso che a tal proposito anche la citazione avanguardista, con tutto il suo portato anche dissacratorio, voglia proprio dire questo: tutta la strada fatta in questi anni serve deduttivamente a normare un processo, a dare delle direttive estetiche testate in maniera militante nella pratica. Qual è lo scarto tra il Manifesto e le premesse teoriche dei progetti precedenti? (Interferenze, Mediaterrae, Liminaria, solo per citarne alcuni).

Leandro Pisano: A partire dai primissimi tempi, il nostro lavoro è venuto configurandosi sempre più come una una sorta di studio in practice, nel quale teoria e pratica si sono sorrette a vicenda, alimentate da un’idea di territorio declinata da una parte come tema, dall’altra come strategia curatoriale.

In questo senso, più che rappresentare un salto rispetto alle esperienze precedenti, credo che il Manifesto del Futurismo Rurale esprima al tempo stesso l’approdo finale di un lunghissimo processo di ricerca declinato attraverso i linguaggi del suono, dell’arte, delle tecnoculture in diverse aree rurali del Sud Italia, ma anche un punto di partenza verso una fase nuova del nostro lavoro, in cui la vera sfida è rappresentata dalla sperimentazione di nuove possibilità metodologiche che mettano ulteriormente in discussione il nominalismo e il logocentrismo di un certo tipo di approccio teorico, amplificando allo stesso tempo il potenziale di risonanza critica della scrittura in strettissima connessione con la pratica. All’interno del Manifesto sono chiaramente rintracciabili una serie di traiettorie di studio e analisi epistemologica legate a questo lungo percorso, che mettono a confronto e introiettano metodi e approcci mutuati da diverse discipline e sperimentati sul campo in un processo orizzontale e bidirezionale. Al contempo, questo testo rappresenta la spinta verso nuovi approdi di ricerca e di sperimentazione intorno ai confini tra azione e riflessione, tra pratica e scrittura, senza dimenticare che, come ha scritto Silvia Rivera Cusicanqui, non possono esserci né un discorso né una teoria della decolonizzazione senza una pratica della decolonizzazione.

Pasquale Napolitano: La tua longeva esperienza di curatore e operatore culturale dimostra come il territorio rurale può trasformarsi in uno spazio per sperimentare relazioni inattese tra artisti e comunità locali, con l’obiettivo di entrare in contatto e comunicare sul territorio, attraverso un approccio a partire dal quale i linguaggi estetici e le tecnologie stesse si tramutano in nuove forme di condivisione. Allo stesso tempo, sappiamo bene quante siano le difficoltà a trasformare tali esperienze da testimonianze ad attività in grado di avere un impatto più profondo all’interno delle comunità, nelle loro pratiche e nei loro immaginari.

Ti chiedo a tal proposito se nel tuo percorso ci sono state esperienze di incontro tra artista e comunità in grado di lasciare segni più duraturi di altri.

Leandro Pisano: A partire dai primissimi anni del nostro lavoro, la strategia curatoriale ha previsto spesso delle fasi molto lunghe di dialogo e preparazione preliminare con gli artisti, orientate alla condivisione di approccio e di metodi dei progetti. L’idea è stata sempre quella di creare le condizioni per realizzare un’esperienza orientata alla reciproca conoscenza e allo scambio equo con le comunità locali, invitate a raccontarsi insieme agli artisti stessi. In questo modo, è stato possibile definire un processo costante di avvicinamento creativo rispetto ai territori nei quali abbiamo operato, che si è articolato anzitutto sull’analisi e sulla ri-narrazione delle caratteristiche degli ambienti: le complesse dinamiche tra ruralità e spazio urbano, la generazione delle comunità nel tempo, le peculiarità geofisiche dei luoghi. Allo stesso tempo, l’attenzione degli artisti alla complessità e alla pluralità delle idee generate dai processi dell’ascolto in senso critico hanno prodotto spazi d’indagine, di intersezione e interazione specifici in riferimento ai temi che coinvolgono le comunità locali: il concetto di “identità”, l’approccio ai luoghi abbandonati, alla “natura” e l’impatto delle tecnologie sui paesaggi.

Ciò che è emerso con forza, nel processo di analisi e riflessione curatoriale sulle differenti ricerche e opere realizzate dagli artisti anno dopo anno, è stato che il territorio stesso ha reclamato sempre più la propria presenza attiva nel processo di ricerca, svincolandosi dalla posizione passiva di “paesaggio da descrivere”. In termini di ricerca sonora, quello che è successo è che, progressivamente, i progetti realizzati dagli artisti si sono sempre più caratterizzati sia per l’enfasi posta sulla composizione al di là della documentazione sia per un approccio di immersività rispetto alle dinamiche comunitarie all’interno delle quali si è fondato il loro lavoro.

In questa cornice, sono stati messi in atto una serie di processi che hanno aperto spazi di interazione tra comunità e artisti fondati su interessi condivisi anche in maniera temporanea, o semplicemente costruiti sull’incontro che avviene per caso, determinato dall’abitare transitoriamente lo stesso luogo e lo stesso tempo. È chiaro che, nell’ambito di questo incontro che produce l’inatteso, le esperienze più intense sono state quelle in cui si sono create – spesso in modo imprevedibile – le condizioni per sperimentare in maniera condivisa e orizzontale, nella relazione tra artista e comunità locali, la ricombinazione di elementi, pratiche e possibilità già in circolazione nel territorio, laddove l’intervento stesso degli artisti non rappresenta una forza che viene dall’esterno, ma rappresenta un’azione in uno spazio culturale nel quale diventa possibile, come ha scritto Iain Chambers, “immaginare e praticare un’economia politica diversa”. Tra gli esempi più significativi, credo si possa citare il lavoro del Colectivo Última Esperanza (Sandra Ulloa e Nataniel Alvarez) a Montefalcone di Val Fortore in occasione dell’edizione 2017 di Liminaria.

Pasquale Napolitano: Penso che mai come in questo momento storico, durante il secolo delle città, parlare di ruralità sia in qualche modo equivalente a parlare del limite, sia in senso geografico, che nel senso della liminalità di cui sono composte le biografie di chi questi territori al margine li vive: in questo senso trovo doveroso un riferimento alla Strategia Nazionale per le Aree interne, che su un piano politico-amministrativo prende finalmente coscienza delle istanze espresse da anni da progetti come Interferenze in Irpinia e pochi altri sparsi per l’Italia: riconfigurare le aree marginali come laboratori di nuova urbanità.

Alla luce di tutti questi anni di militanza da parte tua in tale ambito, quale futuro immagini per questi territori?

Leandro Pisano: Nell’Antropocene, nell’epoca delle coesistenze conflittuali, porre la questione della distinzione tra dimensione urbana e rurale in senso topografico, geografico o territoriale ha evidentemente poco senso. È chiaro che la definizione stessa dell’idea di ruralità si articola intorno al concetto di limite, di confine, alimentandosi di una serie di tensioni tra elementi differenti: autenticità ed utopia, anacronismo e provincialismo, tradizione e senso di stabilità, appartenenza ed estraniamento. In questo senso, la ruralità stessa emerge come una posizione politica, in una prospettiva che la ricolloca nell’alveo della modernità come una componente rimossa, subalterna o persino rifiutata, evitandone una rappresentazione nostalgica o museificata. È questo uno dei presupposti sui quali il Manifesto del Futurismo Rurale è costruito: l’idea che sia possibile riconsiderare la contemporaneità alla luce della ruralità, rianalizzando il ruolo centrale delle aree rurali rispetto al pensiero dominante delle culture metro/cosmopolitane. Questo cambiamento di paradigma investe la possibilità da parte delle comunità stesse di ripensare i luoghi in cui esse vivono, rendendoli spazi e territori attivi nell’ambito dei processi della contemporaneità su scala globale. Le aree rurali diventano così spazi di re-immaginazione e ri-determinazione di possibili futuri, che disegnano scenari altri rispetto alle narrazioni che li vogliono condannati all’abbandono o destinati all’oblio.

Pasquale Napolitano: Il Manifesto ha avuto come primo proprio output una mostra dal taglio molto performativo presso l’Istituto Italiano di Cultura di Melbourne. Quali altri progetti futuri germineranno da questo presupposto?

Leandro Pisano: La mostra di Melbourne si è basata su una serie di lavori di sound art sviluppati nell’ambito di una serie di progetti di residenza nelle aree rurali del Centro e del Sud Italia (Liminaria, Pollinaria, ma anche Interferenze). Essa, così come il tour di presentazione del Manifesto che abbiamo svolto tra Australia e Nuova Zelanda nelle stesse settimane in cui l’abbiamo inaugurata, hanno rappresentato l’occasione per il lancio e per una prima presentazione del documento. Per quanto concerne gli approdi prossimi e futuri, l’idea in questo momento è quella di seguire una doppia direzione: da un lato approfondire le connessioni con le arti legate al suono e alle tecnoculture, anche attraverso il contatto con altri progetti e territori che condividono l’approccio del documento, in contesto internazionale; dall’altro, ci piacerebbe esplorare il potenziale politico del documento, sviluppandolo tramite incontri, discussioni, format ibridi e progetti anche editoriali: a tal proposito stiamo pianificando una serie di incontri con realtà con le quali esistono evidenti punti di intersezione, soprattutto sul territorio italiano.