Uscito a Maggio 2019, Proto è l’ultimo lavoro di Holly Herndon, performer e compositrice tra le più curiose e vogliose di sperimentare e mettersi in gioco. Un disco che fa parte di un progetto, iniziato nel 2012, che coinvolge l’elettronica, la corporeità e i suoi suoni, e in ultimo il machine learning, interpretando attraverso quelli che idealmente possono essere dei “concept album” la società, on line e off line.

Holly Herndon è una ricercatrice, non solo “accademicamente”, visto il titolo di dottoressa al Center For Computer Research In Music And Acoustics della Stanford University, ma nell’approccio generale all’arte e al modo di fare musica: la sua vena creativa è in continua esplorazione sonora, si muove tra le pieghe delle nuove tecnologie e quelle dell’oggetto sonoro più antico del mondo, il corpo. Fin dai suoi esordi, il fascino del connubio uomo-macchina, del corporeo e del digitale, del cervello e del computer ha caratterizzato il suo lavoro e trova oggi in Proto una forma evoluta e dialogica.

Nell’ultimo album infatti utilizza Spawn, un’IA da lei stessa istruita, come se fosse una “simbiosi”, per citare la stessa Herndon: imparare, creare materiali sonori e musicali nuovi, su cui lei e i suoi musicisti possono ri-lavorare. Non è un’esperienza monodirezionale, ma uno scambio, una crescita comune. Infatti, anche dove non interviene materialmente nella composizione musicale, Spawn ha in qualche modo influenzato scelte, stili e arrangiamenti.

Non è nuova l’idea di dialogare con una macchina: nel 1957 nasce Illiac Suite, la prima partitura realizzata con l’assistenza di un computer; negli anni sessanta Xenakis usava un computer per generare parti stocastiche; fino ad arrivare al 2016 con Google Magenta, la tecnologia grazie alla quale milioni di utenti si sono divertiti durante il giorno del compleanno di Bach.

Macchine intelligenti, che imparano e creano. Come in Proto, dove si sente la macchina evolversi, dai primi vagiti di una lingua sconosciuta in Birth, fino alle parti corali in cui dialoga con i musicisti sfuggendo al controllo programmato dall’artista. Si sentono timbri nuovi e distorti, rumori alieni e sgraziati che diventano flusso sonoro e si mescolano con i cori e le influenze liturgiche dell’infanzia della compositrice trascorsa nel Tennessee.

Perché nonostante la carriera della Herndon sembri a prima vista affetta da una tecnofilia d’altri tempi, in realtà in nessuno dei suoi album la tecnologia era il fine ultimo: non è così in Movement (2012), in Platform (2015) e non è così neanche in Proto. Ciò che vive nei suoi lavori è un forte sentimento di avanguardia, la volontà di essere attuale, di leggere il presente e mostrarlo artisticamente con gli strumenti che più gli si addicono.

Nella visione della Herndon, e nei suoi lavori, si ritrova quello spirito che ha caratterizzato i lavori di Laurie Anderson, dove la riflessione sul presente e il nostro rapporto con la tecnologia assumono una forma sonora allo stesso tempo straniante e familiare, dove traspare inoltre la volontà di essere parte attiva e construens nel futuro dell’uomo e della macchina.