Hagay Dreaming, l’opera più ambiziosa e radicale presentata durante Ars Electronica 2022, non ha fatto parte del festival vero e proprio; anzi, è stata ospitata in parallelo dal Stadtwerkstadt, centro culturale indipendente a Linz. Questo “teatro di rinascita guidato da una fantasia techno” è stato pianificato e avviato da Shu Lea Cheang, scritto e diretto da Dondon Hounwn, artista che lavora con installazioni e performance, e da uno sciamano praticante della tribù Truku, una delle 16 tribù indigene riconosciute di Taiwan.

Il lavoro teatrale si basa su un’antica leggenda sognata da Hounwn:

Tempo fa un cacciatore camminava da solo nelle montagne per cacciare. Inaspettatamente si imbatté in un acquazzone improvviso. Il cacciatore, vagando nella foresta, scoprì un gigante albero cavo, dentro al quale trovò riparo dalla forte pioggia. Il cacciatore si addormentò aspettando che la pioggia terminasse. Non sapendo per quanto tempo avesse dormito, il cacciatore si svegliò e sentì il canto degli uccellini e il ronzio degli insetti. Uscì dall’albero cavo e si ritrovò in una foresta incantevole dove tutto sembrava scintillare. Era perso nella foresta quando all’improvviso incontrò un gruppo di persone nude che si abbracciavano l’un l’altro in atteggiamenti intimi. Il cacciatore li esaminò più da vicino e scoprì che erano tutti maschi ma sembravano più delle bellissime donne. Il cacciatore chiese: “Chi siete?” e il gruppo di persone rispose: “Siamo gli Hagay”.

Gli Hagay iniziarono a comunicare con il cacciatore, che imparò la loro preziosa saggezza per quanto riguardava i rituali, la caccia e la tessitura. Il cacciatore intuì di non trovarsi nel mondo reale e si addormentò nuovamente. Quando si svegliò si ritrovò all’interno dell’albero cavo e aveva smesso di piovere. Fuori dall’albero cavo c’era la foresta in cui era entrato. Non riusciva a capire se stesse sognando o se fosse andato nel mondo spirituale e poi ritornato… Una volta ritornato nella tribù, il cacciatore mise in pratica ciò che gli Hagay gli avevano insegnato e continuò a condividere la loro saggezza. Da allora gli uomini che nascono presentando anche tratti femminili vengono chiamati “gli Hagay”…

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A dire il vero il ritmo narrativo della leggenda è stato difficile da comprendere in quanto persona che non parla il cinese, nonostante le traduzioni fornite. Ma ciò non ha avuto importanza, perché la potenza del lavoro teatrale si è sviluppata principalmente a livello visivo. Da un lato mediante la forte presenza di Hounwn nel dirigere un gruppo di attori, mettendo in scena sette atti teatrali in uno stile molto misurato, ma allo stesso tempo espressivo di danza e performance musicali che hanno messo insieme stili tradizionali e sperimentali in una maniera completamente fluida. Questa combinazione di indigeno e futuristico è stata resa ancora più evidente dall’uso brillante dei laser come mezzo visivo da parte di aka_chang.

In una costruzione apparentemente semplice, quasi modernista senza il kitsch e l’aspetto pomposo che caratterizzano la maggior parte degli spettacoli laser, i raggi hanno creato qualcosa che potrebbe essere interpretato come un fiume o un flusso di tempo. A volte, si muove in avanti, altre volte indietro. Gli attori sono entrati e usciti da questo flusso in modo simile a come era uscito dal suo sogno il cacciatore. Allo stesso tempo, quando si trovavano nel flusso, i raggi laser erano visibili come puntini sul corpo dei ballerini, creando un’eccezionale estetica di motion capture. Tuttavia, a differenza della motion capture tradizionale, in cui i puntini sono fissi sul corpo e quest’ultimo è collocato in uno spazio euclideo e stabile, in questo caso i puntini seguivano il movimento del corpo durante il flusso temporale e spaziale; in questo modo è stato possibile decolonizzare una tecnologia che ancora permane nelle nozioni occidentali di individualismo e di relazione concordante tra il corpo e il suo territorio circostante.

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Dondon Hounwn, è anche il fondatore di Elug Art Corner, centro focalizzato sulla cultura indigena Truku come risorsa per il futuro, che affronta il tecno-sciamanesimo con la convinzione che la cultura tribale sia una tecnologia per la produzione e diffusione del sapere. Hagay Dreaming ha cancellato con efficacia i confini tra la tradizione indigena e il futuro, mischiando le leggende e i miti antichi con le tecnologie avanzate e i linguaggi visivi. Ignorando lo stereotipo delle opere d’arte indigene come attività artigianali tradizionali, Hagay Dreaming rivendica la qualità speculativa, curiosa e non convenzionale della tecnologia culturale e digitale per sviluppare possibilità di ipotesi e reinterpretazione; e lo attua attraverso l’uso di un’immaginazione imprevedibile ai binari prestabiliti di maschio/femmina, passato/presente, natura/tecnologia.

Tutto ciò è profondamente commuovente e rende evidente come la cultura occidentale [1] sia di fronte a un dilemma. Da un lato, la tecnologia digitale è un elemento chiave della “grande accelerazione” che sta per distruggere le fondamenta geofisiche della civiltà umana. Dall’altro, è un requisito necessario per la comprensione e la gestione della precarietà delle condizioni terrestri contemporanee. Temo che la sola cultura occidentale non possa risolvere questo dilemma, dato che l’immaginario tecnologico è troppo intricato nelle forze distruttive dell’iperindividualismo e della competizione capitalista generalizzata. Hagay Dreaming, per lo meno, ha fornito una visione poetica di un mondo creato con le tecnologie avanzate inserite in un altro immaginario. E niente potrebbe essere più urgente di questo.


[1] Qui intendo “occidentale” come luogo d’origine del capitalismo, della cultura merceologica che si è ormai diffusa in tutto il mondo, piuttosto che come indicatore geografico contemporaneo.