In un angolo della mostra ID. ART:TECH EXHIBITION a Ca’ Foscari Cultural Flow Zone una luminescenza tremula e cangiante attira l’attenzione del visitatore. Viene da due grandi proiezioni video che mostrano una superficie liquida in movimento che si riflette in due specchi incastonati in una cornice d’oro veneziana creando una vibrante catena di richiami visivi. L’elemento acquatico è un chiaro omaggio a Venezia, la città che ospita la mostra, mentre il gioco di specchi è una sorta di favola di Narciso reinterpretata ai tempi del digitale. Il bel cacciatore di oggi è ancora ossessionato dal proprio aspetto fisico e dalla sua presentazione pubblica, ma lo specchio è cambiato: si è trasformato in uno schermo che restituisce solo un’immagine sfocata, troppo mobile per essere composta in una costruzione stabile e, quel che è peggio, non solo per il suo proprietario, ma anche per il resto del mondo.

Lo specchio ora ha due facce, sia riflesso che filtro per accedere ad un’ontologia altra, digitale, collegata in rete. In questo tipo di esistenza il nostro corpo è assente, anche se indubbiamente ancora necessario. Ne abbiamo bisogno per interagire con il dispositivo, lo schermo, il visore, qualunque cosa, ma non è più ciò che definisce la nostra identità. L’identità stessa è cambiata, è diventata un ID, un numero, un testo, una porzione di informazioni. Corrispondere al nostro riflesso è difficile da fare, oggi più che mai. Le mani intessono una relazione simbiotica con tablet e smartphone, un contatto intimo fatto di scroll e di click.

 

Tutto questo si potrebbe considerare come l’ultimo baluardo della relazione fisica uomo-macchina, se non fosse per l’automazione che –  come sottolinea l’artista Ayatgali Tuleubek nel suo The Invisible Handjob of the New Economy (2017) –  è già in procinto di sostituire i comportamenti umani online. Un’installazione multi-canale composta da 43 smartphone ci ricorda che oggi le aziende stanno assumendo persone dai paesi in via di sviluppo per cliccare su migliaia e migliaia di link e reazioni: bisogna fingere l’attività umana perché la macchina la riconosca come tale.

L’umanità si dissolve in un infinito live streaming. I visitatori possono provare questa esperienza interagendo con Exaltation (2019), un’installazione di Serge Komarov e Alexey Grachev composta da un PC, un iPhone e un monitor collegato ad un account Instagram in perenne diretta streaming. Ogni visitatore che passa accanto all’opera viene catturato dalla telecamera e trasmesso online, diventando parte di quello che viene visualizzato come un tunnel digitale senza fondo in cui i confini dell’Io si dissolvono in una nuvola di emoji e notifiche, e il concetto di identità perde completamente il suo significato.

Quello dell’ID è un concetto ampio e multiforme che l’arte ha affrontato fin dall’alba dei tempi. La ID. ART:TECH EXHIBITION a Venezia intende approfondire tutte le diverse sfumature e significati che questo concetto ha acquisito nel nostro presente digitale, giustapponendo new media art e tecnologia ai ritratti contemporanei. I dipinti in mostra provengono da due collezioni in particolare: la Frants Family Collection e la Kolodzei Art Foundation, entrambe focalizzate sull’arte anticonformista russa e sovietica. Questi sono tutti ritratti risalenti al disgelo post-staliniano degli anni ’50, e abbracciano un’estetica modernista occidentale alla ricerca di un’alternativa al realismo sociale. Queste opere rivelano più sugli artisti che li hanno realizzati che sui loro soggetti, testimoni di un periodo in cui l’ostracismo era il prezzo da pagare per la libertà individuale, e la questione dell’identificazione era più urgente che mai.

La componente russa non è lì per caso: questa mostra fa parte della 12a edizione del CYFEST, il più importante festival di arte e tecnologia in Russia organizzato dall’indipendente Cyland Media Art Lab che, in vista della sua prossima edizione a San Pietroburgo a novembre, è ora in tour in Italia presentando opere di artisti internazionali di diverse generazioni. Insieme, i lavori in mostra riflettono le scelte dei 5 curatori coinvolti: Elena Gubanova, Anna Frants, Silvia Burini, Giuseppe Barbieri, Valentino Catricalà, William Latham e Lydia Griaznova.

Oltre ad opere di artisti russi strettamente legati alla cultura mediatica sovietica come l’installazione A-13-40-25 (2019) dell’artista e curatore Peter Belyi, St Sebastian 24 Hours a Day (2019) di Alexander Terebenin, o In Chocolate di Marina Alekseeva & Vladimir Rannev (2019), si possono trovare anche una nuova video installazione dell’italiano Daniele Puppi e una serie di fotografie di Karin Andersen.

Mentre Belyi fa un passo indietro verso la prima tecnologia che per prima ha dislocato l’identità dal corpo con un’installazione composta da due vecchi telefoni di piombo che riporta in vita lo stato di ansia che circondava la famosa chiamata fatta da Stalin a Boris Pasternak nel 1930, Terebenin impiega oggetti trovati in un’ex accademia militare sovietica per creare un’icona contemporanea del martirio e il duo Alekseeva & Rannev compone una sorta di lanterna magica dove personaggi russi tradizionali si muovono e cantano in realtà aumentata sulla superficie di una fontana di cioccolato. Appeso alla parete accanto, Naughty Messy Nature (2019) di Andersen mostra il processo di trasformazione di alcuni materiali vegetali ad opera di muffe fungine come fosse un progetto di scultura autonomo, evocando i tratti inquietanti di specie sconosciute.

Nella sala accanto, Psychedelic Lock (2016) di Puppi mostra un fotogramma cinematografico che rimbalza da un monitor all’altro con un suono ritmico, passando da uno stato in bianco e nero a uno colorato in un gioco di Ping Pong apparentemente infinito: una resa ipnotica e frustrante della natura spaccata delle nostre identità, sempre divise in due dimensioni fisiche e temporali. Il tentativo di stabilirsi nell’una o nell’altra è condannato al fallimento, come ben argomentato dall’artista belga Alexandra Dementieva con la sua installazione multimediale Twin Dephts (2018), che incarna un tentativo romantico in tempo reale di tornare nel regno naturale dell’uomo, di nuovo l’acqua, naturalmente.

Insieme a Unforeseen Obligation YX7913XY (2019) di Natalia Lyakh e CUSP di Jake Elwes (2019), entrambi costruiti intorno all’elemento liquido, questo video richiama alla mente l’opera che abbiamo analizzato all’inizio: il suo nome è Venetian Reflections e la luminescenza dell’acqua è fatta di sequenze ravvicinate di edifici veneziani riflessi nei canali tratte dagli acquerelli che Katherine Liberovskaya e Phill Niblock hanno realizzato durante un programma di residenza presso la Emily Harvey Foundation.

Reali o meno, queste superfici cangianti rendono le fattezze di Narciso non solo impossibili da fissare, ma anche ingannevoli: come nell’opera The Enlightened One (2019) di Elena Gubanova & Ivan Govorkov, una sorta di macchinario da palestra in legno in cui l’esercizio fisico è finalizzato a schiudere i petali di un fiore di loto che non contiene altro che un altro specchio. Una volta arrivati al dunque, uno sfarfallìo di luce acceca l’utente impedendogli di vedere il proprio volto.


Link:

http://cyland.org/lab/