Nell’ottobre 2019, prendendo spunto dalla cultura caporales peruviana e boliviana, studenti, cittadini e performer hanno danzato in diversi luoghi del quartiere attorno a via Padova a Milano con abiti e danze tradizionali reinventati, per una mostra diffusa del progetto Internazionale Corazon di Francesca Marconi. Nel maggio 2019 l’artista ha compiuto un viaggio personale in Bolivia e nell’ambito di una residenza artistica ha realizzato due nuovi abiti tradizionali per Via Padova. Si tratta di costumi riccamente ricamati con simboli, colori ed espressioni ricorrenti nel quartiere, si possono ammirare nel video parte del progetto e sono una sintesi dell’esperienza artistica che ruota attorno a una delle vie più multiculturali di Milano, in cui vivono oltre ottanta comunità straniere differenti. Il progetto Internazionale Corazon, ancora in fieri, è stato realizzato con la collaborazione di Carlo Venegoni ed Elena Dragonetti, con il supporto dell’Associazione Cure, Super il Festival delle Periferie nel programma Lacittàintorno di Fondazione Cariplo. Francesca Marconi ha lavorato con gli studenti del Liceo Artistico Caravaggio e con un gruppo di giovani di seconda generazione appartenenti alla comunità dei Sambos de Corazon in un laboratorio semestrale per realizzare un mappatura sui simboli sincretici del quartiere e sulla creazione di bozzetti dei nuovi abiti tradizionali.

Tra febbraio e marzo 2020 ho conosciuto e intervistato Francesca per approfondire il metodo che attiva nei suoi progetti e affrontare alcuni temi trasversali della sua ricerca che si muove tra partecipazione, arte e attivazione di comunità.

Silvia Scaravaggi: Mi interessano molto il significato di confine e gli artisti che lavorano su di esso, con il senso del limite e del limitare che sia geografico, politico e/o sociale. In che modo lo fai con il tuo lavoro?

Francesca Marconi: Il tema del confine è stato il luogo umano e geografico che ha attratto il mio interesse e permesso di realizzare le mie pratiche. Da quindici anni lavoro in questi contesti che trovo i più interessanti, perché il luogo di confine è il luogo per me più vicino al futuro, in cui tutto si mescola: le relazioni, le esperienze, le identità. Questi scenari mi interessano perché sono gli spazi che rimangono più fluidi, in cui ci sono più possibilità per ridefinire o sovvertire concetti e pensieri rispetto all’altro o all’altrove, alla normalità, alla cittadinanza.

Fin dai primi lavori sono sempre stata attiva con un pensiero politico, dai centri sociali alla strada, dove per anni ho fatto l’educatrice, lavorando per lo più in contesti di fragilità sociale, economica, culturale. Ho studiato alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano e all’Accademia di Brera, laureandomi con una tesi in cui già sviluppavo un tema di arte e politica.

Il lavoro come animatrice sociale e i miei studi come scultrice a Brera mi hanno formato nella pratica artistica: l’aspetto laboratoriale consente di tirar fuori potenzialità già presenti, anche la scultura è rimasta come processo per estrarre la forma senza avere già una immagine predefinita.

Silvia Scaravaggi: Ti definisci artista nomade: che significato ha per te il concetto di nomadismo? Quali sono gli strumenti per praticarlo? Mi attrae il rapporto con il corpo e con l’abito, con la performance e il video. Che ruolo hanno nel tuo lavoro?

Francesca Marconi: Anche il luogo in cui abito, via Padova, è un luogo nomade. Ho viaggiato fisicamente in territori distanti, dal Sud America alla Puglia, con comunità di persone, nei quartieri, favelas, scuole, prigioni, per spostare lo sguardo, spostare l’orizzonte, il punto di vista. Quando agisci in ambiti di confine sei sempre mobile; quando ti confronti con gli altri nella costruzione di un’opera d’arte, umanamente c’è un sincretismo, uno scambio di conoscenza, di solidarietà, di sapere.

Per Internazionale Corazon diventa sincretico l’abito che contiene questo spostamento, restituendo ai corpi che lo indossano una identità differente. Il mondo della scultura torna negli abiti che in realtà sono dei dispositivi nuovi nel campo dell’arte contemporanea, apparsi di recente, mentre la danza e il video sono strumenti di lavoro che frequento da vent’anni. L’abito è una interfaccia tra l’individuo e il mondo, per questo è molto potente in termini relazionali.

La coreografia, la danza, il teatro non mi bastavano come tipo di narrazione e di drammaturgia, il video è nato come strumento in più di racconto per restituire meglio il senso e lasciare una traccia. L’abito, l’involucro, invece, è il medium migliore per comunicare la centralità del corpo che è importante ci sia sempre. Le persone sono costantemente i protagonisti di una visione, di una presa di posizione. Molti lavori che ho fatto sono delle dichiarazioni che si costituiscono in una affermazione collettiva, attraverso i corpi delle persone che partecipano. C’è qualcosa di rituale in questo, ogni azione intesse un dialogo con la natura, con i territori, tra individui che entrano in relazione.

Silvia Scaravaggi: I tuoi progetti − da Internazionale Corazon a Cartography of the Horizon, per citarne solo due − parlano di contaminazione culturale e pratiche partecipative. Temi cruciali sono la migrazione e le dinamiche socio-geografiche, mi descrivi in che modo entrano in gioco e che relazioni creano?

Francesca Marconi: I miei progetti hanno sempre bisogno degli altri per nascere e realizzarsi, in assoluto il mio metodo sta nella relazione, semplice e autentica. In collaborazioni di lunga durata − come quella triennale in Argentina − le relazioni che si creano sono fortissime, il processo diventa sempre più aderente alle persone che lo vivono fino a farlo sentire un progetto comune.

Per fare un esempio Cartografia dell’orizzonte è nata come una ricerca attraverso diversi laboratori con italiani, stranieri di prima e seconda generazione, rifugiati, in cui il tema era il confine sviluppato ogni volta in modo differente. Durante la residenza condotta a Centrale Fies a Dro l’output del mantello, dove sono stampate le immagini scelte, è arrivato come risultato inaspettato. Inizialmente ho chiesto a tutti i partecipanti di pensare e portare un luogo a loro vicino come tema del laboratorio. Per tutti la scelta è ricaduta sul paesaggio del Trentino, quindi quello in cui si trovavano a vivere, e non un luogo del ricordo, del passato o di provenienza. Questo scarto tra ciò che mi sarei attesa e ciò che è accaduto, ha aperto nuovi panorami: partita da un’idea di migrazioni, confini sociopolitici, mi ha invece portato a un lavoro molto più aperto sugli ecosistemi.

Silvia Scaravaggi: Il progetto Ulysses, realizzato tra 2009 e 2012, ha messo al centro del lavoro con la comunità, il testo letterario. In che modo il linguaggio dell’arte contemporanea viene modificato, attivato e fatto circolare?

Francesca Marconi: È un progetto realizzato insieme ad Alessia Bernardini attraverso laboratori in via Padova a cui hanno partecipato l’associazione Assab One e le Biblioteche milanesi. L’Odissea è stata individuata per le sue qualità di testo archetipico che unisce tutte le comunità con riferimento al significato del viaggio. Abbiamo chiesto ai nostri vicini di ricevere una copia dell’Odissea direttamente dai loro paesi d’origine: mobilitare e coinvolgere le persone delle diverse comunità è stato interessante. Sono arrivate le prime dodici traduzioni in circa cinque mesi.

Il brano del naufragio di Ulisse è stato scelto per una lettura performativa, condotta dagli stessi abitanti sui tetti accessibili delle case, tra i pochi luoghi aperti disponibili in un quartiere densamente abitato. Da questa azione ho tratto dodici video che sono diventati altrettante videoinstallazioni,  esposte in un’unica collettiva ad Assab One insieme al libro d’artista nato per l’occasione come una nuova Odissea multilingue. Il libro stato donato insieme alle dodici traduzioni originali alla Biblioteca di Quartiere di Crescenzago ed esposte in uno scaffale dedicato.

Silvia Scaravaggi: È un momento di annullamento del contatto fisico e ancora di più oggi mi interessano le riflessioni degli artisti sul concetto di corpo e spazio. Come ti posizioni di fronte all’attualità e come intendi al momento l’evoluzione della tua pratica artistica alla luce dei recenti sviluppi sociopolitici?

Francesca Marconi: Non ho assolutamente intenzione di scardinare la pratica del contatto fisico, della co-abitazione nello spazio. Penso che al contrario si possano coltivare nuove pratiche di vicinanza. Come artista o come attivatrice di dinamiche artistiche mi sto concentrando maggiormente su temi che si avvicinino a una idea di ecologia, di coabitazione con la natura, rispetto alla relazione con il mondo. Anche gli abiti-opera che ho realizzato, con la preziosa collaborazione di Clara Rota, all’interno del laboratorio La Forma dei corpi per il progetto MiAbito, promosso da Farmacia Wurmkos a cura di Gabi Scardi, sono forma e involucro delle connessioni di cui abbiamo bisogno e assumono oggi nuove possibilità di relazioni e legami che si possono stringere.

La mia intenzione è quella di far circuitare ancora il progetto Internazionale Corazon, appena sarà possibile muoversi, e riproporlo in altri luoghi con differenti laboratori e la creazione di nuovi abiti tradizionali meticci. Ho partecipato con Gabi Scardi e la Casa degli Artisti di Milano a un nuovo bando, candidando il progetto, e attendiamo il risultato. In futuro vorrei anche continuare la ricerca di Cartografia dell’Orizzonte partendo dal lavoro sulle pangee e proponendo nuovi laboratori e riflessioni legati al tema degli ecosistemi.


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