Negli ultimi vent’anni i grandi cambiamenti nelle pratiche musicali sono stati plasmati attorno alle nuove possibilità offerte da tecnologie e infrastrutture digitali come il formato mp3, le reti peer-to-peer e le piattaforme di streaming. La vita sociale ed economica della musica attuale può essere ampiamente considerata come la conseguenza di idee, visioni e scenari inglobati in quelle infrastrutture digitali che riflettono modalità distintive di circolazione e di consumo della musica stessa.

Per questo è interessante considerare l’emergere della cosiddetta blockchain technology nel contesto dell’industria musicale e in particolare l’impatto che si prevede essa avrà sulla circolazione della musica registrata. L’applicazione della blockchain – la tecnologia crittografica decentralizzata fulcro del sempre più dibattuto fenomeno del Bitcoin – in ambito musicale ha iniziato ad essere preannunciata non prima del 2015 e, agli inizi del 2018, questa tecnologia deve ancora diventare una soluzione concreta per la circolazione della musica digitale.

Tuttavia oggi quello della blockchain è un tema che giornalisti, start-up e rapporti di ricerca trattano sempre più spesso in termini di imminente “rivoluzione” nel settore musicale, spesso celebrata come una nuova “disruptive technology” in grado di rovesciare le regole del gioco nel mondo della musica, e soprattutto di offrire agli artisti la possibilità di riprendere il controllo delle loro creazioni, in un ambiente discografico sempre più dominato dalle grandi multinazionali del digitale.

Storicamente il settore musicale è sempre stato particolarmente pronto ad adottare le nuove tecnologie digitali per le proprie esigenze, dalla scrittura laser su compact disc (1979), al file sharing con Napster (1999), alla vendita online di contenuti digitali con iTunes (2003). Di conseguenza non c’è da stupirsi se, in seguito alla radicale riconfigurazione del settore promossa da mp3 e servizi di streaming, l’applicazione della blockchain nel settore musicale sia stata immediatamente accolta sia dai media che dagli operatori dell’industria musicale come il nuovo passo da compiere, non appena è nata la possibilità di gestire degli smart contracts su un’infrastruttura blockchain nel 2015.

Eppure solo un cieco “determinismo tecnologico” potrebbe fidarsi di coloro che riconoscono nell’applicazione della blockchain technology al settore musicale una soluzione automatica alle distorsioni dell’attuale economia politica della musica digitale, sempre più dominata da aziende come Apple, YouTube e Spotify. Le promese sulla capacità della blockchain di rivoluzionare il settore musicale sono oggi sostenute da immensi ed entusiastici sforzi, che assimilano la natura decentralizzata di questa tecnologia alla possibilità da parte di artisti e musicisti di riprendere il controllo sul proprio lavoro, i diritti e le entrate economiche.

Un primo impulso all’entusiasmo verso l’applicazione della blockchain nell’industria musicale è stato dato dall’acclamato rapporto del 2015, stilato dall’iniziativa Rethink Music (nata presso il Berklee College of Music), intitolato “Fair Music: Transparency and Payment Flows in the Music Industry”. Questo rapporto è stato tra le prime fonti a sottolineare le soluzioni che la blockchain potrebbe apportare al settore musicale per risolvere i problemi che riguardano l’assetto attuale di diritti e benefici nell’industria musicale post-digitale.

Tra i principali problemi da risolvere oggi nell’industria musicale – come è emerso dal rapporto – c’è quello del sistema di distribuzione degli introiti provenienti dallo streaming, che al momento è da tutti considerato complesso, inefficiente ed ingiusto. Infatti, ben il 70% delle entrate provenienti da servizi di streaming e altre piattaforme di distribuzione digitali è diretto ad una sorta di intermediari tra artisti e fan, come etichette discografiche, distributori e altre figure intermedie, mentre musicisti e artisti ricevono solo una minima parte del denaro speso dai consumatori.

Se il processo di distribuzione delle royalties è sempre stato piuttosto intricato, l’avanzata dei formati digitali e dello streaming lo ha reso ancora più complesso, moltiplicando gli intermediari e gli operatori e rendendo così sempre più nebulosi i passaggi che collegano il denaro pagato dagli ascoltatori e i compensi ricevuti dagli artisti. In uno scenario come questo, la tecnologia blockchain e gli smart contracts, con la possibilità di attribuire e distribuire automaticamente i diritti d’autore, sono stati subito accolti come una sorta di Sacro Graal in grado di risolvere questa situazione.

Come hanno scritto due dei più noti osannatori dei benefici della blockchain, Tapscott e Tapscott, nel saggio intitolato, significativamente, “Blockchain Revolution”, “questa nuova tecnologia offrirà al settore musicale una soluzione miracolosa, in grado di risolvere lo squilibrio di potere tra artisti e piattaforme: la blockchain metterà gli artisti al centro del modello in modo che possano non solo “avere la loro fetta”, cioè esercitare la loro libertà di espressione, ma anche “mangiarla”, massimizzando il valore dei loro interessi morali e materiali nella loro proprietà intellettuale. In altre parole, permetterà di ripristinare i loro diritti. Addio ai grandi, avidi intermediari, e ai grandi censori governativi.”

Alla luce di questa speranza, dal 2015 l’entusiasmo per la blockchain technology è cresciuto parecchio, e innumerevoli articoli sulla stampa online e offline oggi titolano cose come “come la blockchain rivoluzionerà l’industria musicale”, sia che si tratti di testate generaliste come l’Huffington Post, sito web incentrato sulla tecnologia, o Techcrunch, sia  finanziarie come Forbes. Tuttavia, nonostante la novità della blockchain technology, la retorica dominante che supportava i primi discorsi sulla sua adozione nell’industria musicale era piuttosto datata: la “retorica della rivoluzione”, è stata un modo ricorrente e pervasivo di etichettare l’adozione di molte tecnologie digitali negli ultimi decenni.

Per bilanciare l’euforia odierna sulle conseguenze future della blockchain music è necessaria quindi un’analisi critica dei temi, delle promesse e delle aspettative circa la blockchain technology, ma è altresì fondamentale iniziare a scoprire eventuali implicazioni politiche, economiche e culturali che condurranno, nel giro di pochi anni, alla formazione e all’adozione di questa nuova tecnologia musicale.  Come ho spiegato di recente nel mio ultimo libro “A History of Digital Media: an Intermedia and Global Perspective” (Routledge, 2018), scritto a quattro mani con il collega Gabriele Balbi, il tormentone della “disruptive technology” è un aspetto tipico della tecnologia, che implica che una nuova soluzione tecnologica cambi radicalmente il modo di fare le cose.

Questo argomento cruciale veniva utilizzato in modo esplicito, ad esempio, nelle enfatiche presentazioni di Steve Jobs dei dispositivi Apple, come l’iPod e l’iPhone. Nel caso della blockchain music, la retorica innovatrice è comparsa su blog e riviste nella versione leggermente aggiornata della disruptive technology. L’idea centrale a supporto di questo discorso si collega ad un ulteriore stereotipo culturale ricorrente nella cultura musicale: l’eterna “lotta” tra gli artisti e l’industria musicale, un’articolazione della quale nel corso degli anni è mutata nel conflitto ideologico tra la musica “indipendente” e le “majors”.

Nella società digitale questa sorta di contrapposizione archetipica assume nuovi scopi negativi, rappresentati dalle grandi piattaforme digitali musicali internazionali, quali iTunes, Spotify, YouTube e Amazon. Da qui, l’esigenza di migliorare le condizioni di artisti e musicisti contro i profitti delle grandi società è stato il principale leitmotiv nella narrazione contemporanea che sostiene la futura adozione della blockchain. Uno dei primi progetti di blockchain music che ha ricevuto l’attenzione dei media tradizionali è il lavoro della cantautrice britannica Imogen Heap, che ad ottobre 2015 ha annunciato l’uscita, tramite un sistema blockchain, del brano Tiny Human, parte del progetto Mycelia, un esperimento volto chiaramente a sviluppare le possibilità della tecnologia della blockchain per artisti indipendenti e non.

Come riportato dal The Guardian, l’obiettivo dell’esperimento era dimostrare cosa può offrire la blockchain music agli artisti indipendenti: ogni canzone venduta su piattaforma blockchain comprende uno smart contract dove sono specificati i termini secondo cui la musica può essere scaricata dagli ascoltatori o usata da terze parti, il processo di divisione dei diritti acquisiti e infine l’inoltro automatico dei pagamenti – tramite smart contract – ai rispettivi beneficiari. Da un certo punto di vista, Imogen Heap è l’artista britannica che meglio rappresenta le esigenze degli artisti indipendenti contro le grandi compagnie digitali, ma le possibilità evidenziate dal suo progetto mostrano in maniera innegabile un futuro selettivo che mette in primo piano soltanto le applicazioni positive della blockchain.

Tuttavia la proiezione di scenari futuri non è mai un lavoro neutrale e trasparente, ogni nuova tecnologia infatti nella fase iniziale ha bisogno di essere supportata da temi specifici, in grado di prevederne le conseguenze positive e renderle attraenti, e di esprimere principi morali e politici che possano essere riconosciuti e adottati da appassionati e ascoltatori. In altre parole, i prossimi immaginari positivi sulla blockchain dovranno essere letti in quanto parte delle promesse e delle aspettative funzionali a supportare gli sforzi richiesti per la creazione e l’adozione di una nuova struttura emergente.

Se la musica digitale si trasformerà in un nuovo tipo di contenuto manifesto e vantaggioso, che circola automaticamente tramite una struttura imparziale, diffusa e più o meno automatizzata, è ancora tutto da vedere. Potrebbe succedere che, a dispetto di tutti gli sforzi, la musica scappi ancora una volta dalla gabbia digitale a lei destinata, come è avvenuto in passato con la tecnologia DRM, e che gli appassionati formino nuovi valori di sottocultura musicale esclusi dai piani specifici di industria, investitori e altri attori economici (come è avvenuto ad esempio con la cultura delle audiocassette negli anni 70-80 e con il recente ritorno del vinile).

Ad ogni modo abbiamo ragione di credere che imprenditori, aziende e musicisti spenderanno molte energie per supportare forme alternative di circolazione della musica digitale, fondate su una struttura diffusa basata sulla blockchain. Se nel passato recente le piattaforme streaming hanno trasformato gli appassionati di musica, fra l’altro, in veri e propri produttori di un nuovo vantaggioso articolo – i loro dati – gli  ascoltatori di strutture blockchain saranno spinti a coprire un ruolo sempre più funzionale dentro una nuova catena di produzione di valore digitale.

I nuovi format musicali ideati, che implicano, ad esempio, la condivisione dei diritti per gli appassionati che acquistano una canzone, promettono anche di trasformare gli amanti della musica in azionisti e investitori, facendo un passo avanti verso la “monetizzazione” delle pratiche e dei gusti musicali.

Di conseguenza, mentre prospettano il sogno di un’alternativa allo sfruttamento della creatività musicale sottratta alle aziende digitali, le infrastrutture di massa emergenti, collaborative, diffuse e basate sulla blockchain, possono diventare facilmente incubi veri e propri, dove la musica si tradurrà in una forma sempre più integrata e automatizzata di transazioni finanziarie e investimenti.


https://www.berklee.edu/sites/default/files/Fair%20Music%20-%20Transparency%20and%20Payment%20Flows%20in%20the%20Music%20Industry.pdf

http://blockchain-revolution.com/

https://www.huffingtonpost.com/entry/revolutionizing-digital-music-through-blockchain_us_59916850e4b063e2ae058127

https://www.forbes.com/sites/jonathanchester/2016/09/16/how-blockchain-startups-are-disrupting-the-15-billion-music-industry/#5728ac0c407c