Karol Sudolski è un giovane creativo di origini polacche che lavora attualmente a Milano. Dopo una formazione al Politecnico dove ha studiato Design della Comunicazione e Grafica Editoriale, a causa di uno di quelli che definisce “incidenti di percorso”, si avvicina invece al mondo del video collaborando inizialmente con camerAnebbia, studio milanese che si occupa principalmente di mostre interattive, ambientazioni video e progettazione di eventi dal vivo.

Qui conosce L I M (Sofia Gallotti), che lo introduce al mondo della musica, ambiente in cui stringerà numerose collaborazioni con artisti come Mecna, Fabri Fibra, Capibara e recentemente con Mahmood.

Le visual di Sudolski sono da lui definite come sperimentazioni, giochi, errori e incidenti, in cui la componente progettuale e di pianificazione è quasi totalmente assente lasciando invece spazio agli elementi tipici della casualità. Nella sua ottica, il suo lavoro è come gioco, paragonando il modo in cui utilizza il suo strumento di lavoro, il computer, a una console.

Mettendo in risalto l’errore e l’utilizzo del software in maniera professionalmente non ortodossa, Sudolski mette in scena la dimensione più onirica e immaginativa del suo pensiero. In quelli che lui definisce “viaggi mentali” il corpo umano scansionato tridimensionalmente assume la doppia dimensione di corpo alieno e di corpo familiare, diventando allo stesso tempo protagonista e scenario all’interno di cui queste storie prendono forma.

Teresa Ruffino: I tuoi lavori riescono positivamente a uscire da categorie creative prestabilite, creano atmosfere diverse e si estendono tra molti generi. Se dovessi definire le tue creazioni attuali, come le descriveresti?

Karol Sudolski: Per me è molto difficile categorizzare in senso artistico il mio lavoro, anche perché non ho mai voluto fare l’artista nel senso tradizionale del termine. Quando devo descrivere a qualcuno le mie creazioni parlo di “errori digitali e bugie sotto forma di 3D”. Il mio percorso parte da una sperimentazione, dalla creazione di qualcosa giocando con il computer e con la caoticità potenziale di questo medium, non parto da un’ispirazione artistica. Faccio esercizi ed errori usando come mezzo tecnico il computer.

Non ho un background di modellazione o animazione 3D, sono però riuscito a trovare il mio sentiero di sperimentazione e gioco basandomi sulle mie incapacità e sull’amore per le bugie, compiendo un’operazione di sostituzione della Playstation con il computer. Per “bugia” intendo la trovata di usare un metodo alternativo a quello tradizionale e professionale per la creazione di materiali tridimensionali.

Teresa Ruffino: Viviamo in un’epoca di iperstimolazione, causata non soltanto dalle nuove tipologie di dispositivi ma anche dai nuovi ambienti che ci circondano; da che tipo di stimoli sensoriali nascono i tuoi lavori?

Karol Sudolski: Non parlerei di qualcosa di strettamente fisico, i miei lavori nascono come rappresentazione di un’ambientazione mentale in cui al centro c’è lo spettatore che da libero sfogo al pensiero e all’immaginazione, in una sorta di scenografia delle paranoie. A livello personale, parte tutto da un’elucubrazione nei miei pensieri, anche negativi, in cui visualizzo scenari e movimenti della luce. La luce gioca un ruolo significativo in questo processo creativo e in particolare rimango affascinato dalle trasparenze, dalla deformazione visiva a seconda della profondità di campo fotografico applicata o dai riflessi sull’acqua, su sostanze o materiali.

Talvolta può succedere che le ambientazioni siano più cupe e opache, talvolta hanno un ruolo più importante le trasparenze e le aberrazioni cromatiche, a seconda dello stato d’animo o dal tipo di progetto a cui lavoro. Non imposto i miei lavori in senso programmatico, non realizzo storyboards o concepts e spesso mi lascio guidare dal caso e dalle sensazioni, per esempio quando utilizzo le scansioni 3D, in cui il prodotto finale non corrisponde esattamente alla realtà che si prefigge di duplicare, ma presenta difetti e forme inaspettate. È in questo momento, davanti al computer, che nasce l’idea che vado poi a sviluppare. Le situazioni a cui penso nei momenti di libertà mentale sono astratte e poco figurative.

Teresa Ruffino: Qual è la tua interpretazione personale del rapporto tra musica e immagine?

Karol Sudolski: Per quanto riguarda il mio percorso personale, non ho mai avuto particolare affinità o predisposizione nei confronti della musica. Il mio avvicinamento professionale a questo ambito creativo è avvenuto per caso, in una sorta di incidente di percorso, con la conoscenza di Sofia Gallotti (LIM), incontrata in un momento in cui ci trovavamo entrambi a collaborare con camerAnebbia a Milano. Sofia stava debuttando con il suo EP solista e io mi sono trovato a lavorare al montaggio del suo primo videoclip Comet e ai visual del live. È stato per me il primo progetto strettamente legato alla musica.

Per questa mia lontananza apparente da questo mondo, il mio lavoro è connesso con la musica in un senso particolare: utilizzo l’immagine come mezzo per comprendere qualcosa che mi risulta quasi completamente oscuro. Riesco ad apprezzare la musica soltanto se viene associata a qualcosa di visivo e non solo al sonoro. Quando collaboro con cantanti e musicisti, il mio approccio è sempre quello di sovrapporre allo strato musicale la mia immagine mentale corrispondente.

Teresa Ruffino: Molti dei tuoi lavori pongono al centro il corpo, mediato digitalmente e visto talvolta come oggetto, talvolta come avatar, talvolta come struttura frammentaria. Qual è la tua visione nei confronti della corporeità contemporanea?

Karol Sudolski: Non utilizzo il corpo umano come simbolo, piuttosto come paesaggio. Lavorando con le scansioni tridimensionali sono in grado di invertire l’esterno con l’interno e di giocare con la scala degli elementi. Applico quindi questa modifica delle dimensioni originarie del corpo umano per far sì che la concezione tradizionale del corpo come elemento ridotto rispetto all’immensità dell’universo venga messa in crisi a favore di una nuova dimensione corporale che lo fa diventare scenografia.

Un’altra caratteristica che mi attrae è il modo in cui il corpo viene recepito dalla scansione, il modo in cui la pelle viene impressa. Il punto di vista della macchina è molto ravvicinato e permette di cogliere numerosi dettagli provocando allo stesso tempo una sensazione alienante, ma anche di prossimità.

Il corpo scansionato è un oggetto in un certo senso alieno, distante, spaventoso, è simile a un robot antropomorfo, ma se visto da vicino provoca un effetto opposto, di intimità e confidenza, rimandando a sensazioni fisiche e sensuali come la percezione dell’odore della pelle. Il corpo per me è uno strumento di esplorazione personale e diventa contemporaneamente la scenografia delle mie esplorazioni immaginifiche.

Teresa Ruffino: Come vedi in futuro l’intersezione tra musica, live shows e grafica? A questo proposito, c’è un progetto che ti piacerebbe realizzare, ma non ne hai ancora avuto l’opportunità?

Karol Sudolski: Dal mio punto di vista di spettatore e utente, sono più incline a partecipare a concerti in cui la musica è sempre accompagnata da un massiccio utilizzo dell’immagine, perché penso che quest’ultima riesca a superare la difficoltà di comprensione che io personalmente e anche altri spettatori possono incontrare. Considero questo tipo di esperienza più completa rispetto a quella che si incontra in un live show tradizionale.

In futuro mi piacerebbe che, se mi venisse commissionato un progetto audio-video, il video e le luci non fossero funzionali a creare solamente uno sfondo o una quinta rispetto allo spettacolo, ma fossero parte integrante dell’esperienza, gestendo la presenza dell’artista sul palco non come obbligatoria, ma come parte integrante del visual.

Un’altra esperienza a cui sarebbe interessante lavorare consiste nell’aggiunta di un livello di realtà virtuale o realtà aumentata alla performance dal vivo. Al momento la tecnologia lo permette, ma il supporto (il visore o il telefono) aumentano la distanza tra palco e pubblico, filtrando la fruizione e togliendo qualcosa.

Teresa Ruffino: Ci puoi dire qualcosa di più sul progetto Adversarial Feelings?

Karol Sudolski: Adversarial Feelings è il primo capitolo audio-video (ma c’è anche una componente a forma di libro) di Lorem, progetto di Francesco d’Abbraccio incentrato sull’Intelligenza Artificiale e sulle interazioni tra essere umano e macchina. È stato l’ennesimo incidente di percorso, ma in questo caso è stato Francesco a provocarlo: un giorno dal niente mi ha contattato e mi sono trovato in studio a sentirlo parlare appassionatamente di cose mai sentite prima e che ancora ora non penso di aver capito appieno. Posso dire che c’entra la visione che abbiamo delle tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale come parte di un futuro distopico, quando in realtà sono già legate al nostro quotidiano. Sono riuscito comunque a mettere mano a parte della componente visiva del progetto (Trying to speak, Natural readers e Are eyes invisible socket contenders).


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