In Guida galattica per autostoppisti dello scrittore britannico Douglas Adams, un gruppo di scienziati costruisce un super computer dal nome Pensiero Profondo per cercare la “Risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”. Dopo sette milioni e mezzo di anni di calcoli ed elaborazioni, arriva il responso: è 42.

«”Quarantadue!” urlò Loonquawl. “Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?”
“Ho controllato molto approfonditamente,” disse il computer, “e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.”»


Viviamo ormai in una realtà ibrida, che viene continuamente ridefinita e trasformata dalla la nostra interazione con macchine e intelligenze artificiali più o meno evolute.
L’ampio utilizzo di questo tipo di tecnologie non sempre corrisponde ad una conoscenza approfondita dei loro meccanismi, del loro funzionamento, delle loro implicazioni più profonde, rendendole ai nostri occhi dei veri e propri deus ex machina, significativo titolo della mostra in corso presso LABoral, Centro di Arte e Creazione Industriale inaugurato in Spagna nel 2007.

Deus ex machina (letteralmente “divinità (che scende) dalla macchina”) è un’espressione latina di origine greca che originariamente indicava, nella tragedia greca, una divinità che compariva sulla scena per sbrogliare una trama ormai irrisolvibile secondo i principi di causa ed effetto, fornendo una soluzione inaspettata , spesso improbabile ma risolutiva ed efficace.
Allo stesso modo, spesso consideriamo questi dispositivi strumenti che “ci salvano la vita”, ignorando completamente il loro funzionamento, le loro caratteristiche, le potenzialità e le minacce, perché ci sembrano troppo complicati da comprendere, o perché questa operazione critica ci appare inutile: un atteggiamento limitante e , alla lunga, potenzialmente rischioso.

Uno degli aspetti che più suscita perplessità e preoccupazioni è quello legato alla sorveglianza e al controllo che le Intelligenze artificiali possono esercitare sulle nostre vite, influenzandoci in modo sottile e riproponendo spesso pregiudizi e luoghi comuni tipicamente umani, a scapito della loro presunta imparzialità.
Nel video Optimising for Beauty, Memo Akten, ammiccando ai Beauty Composite di Nancy Burson, ha addestrato una rete neurale a generare ritratti intenzionalmente uniformi di persone inesistenti a partire da immagini di celebrità, mentre Caroline Sinders in Feminist Data Set ha elaborato, attraverso workshop e azioni partecipative , un “training set” di dati inerenti all’immagine della donna nella cultura e nella società attraverso i quali guardare a queste tematiche da una prospettiva differente.

Quanto del nostro spazio e della nostra privacy siamo disposti a cedere alle Intelligenze Artificiali in cambio di un po’ di comodità? Se lo chiede Lauren Mc Carthy in Lauren, incarnando per la durata di una performance una versione umana di Alexa. In The Kitty AI: Artificial Intelligence for Governance di Pinar Yoldas, invece, è Kitty, una AI dalle sembianze di un gattino, a riflettere sulla complessa convivenza di uomini e macchine. Lynn Hershman-Leeson crea , per l’opera DiNA, una Intelligenza Artificiale , interpretata dall’attrice Tilda Swinton,in grado di dialogare con gli spettatori tramite un sistema di riconoscimento vocale, mentre Christa Sommerer e Laurent Mignonneau in Neuro Mirror indagano il campo delle interazioni uomo-macchina ispirandosi ad una ricerca scientifica sui neuroni specchio.

Cosa può accadere invece quando l’essere umano è escluso dalle dinamiche di interazione e comunicazione ? In nimiia cètii Jenna Sutela genera attraverso processi di machine learning un nuovo linguaggio basata sul “Martian language” elaborato nel Novecento dalla medium Hèlène Smith, con risultati criptici e oscuri, mentre nel video Closed Loop Jake Elwer presenta una conversazione tra due Intelligenze Artificiali, in cui una utilizza le parole e l’altra le immagini. Queste riflessioni aprono anche a scenari più distopici, come quello sulla possibile ribellione delle macchine tratteggiato da Felix Luque in Nihil Ex Nihilo.

Quali sono i possibili scenari legati all’irruzione di questi sistemi in ambiti strettamente umani, come quello della creatività e dell’autorialità’? L’Arnolfini Series del 1983 rappresenta una originale riflessione su queste tematiche ad opera di uno dei pionieri dell’utilizzo degli algoritmi nella creazione di opere d’arte, Harold Cohen; in The Fall of the House of the Usher I e II, Anna Ridler ha utilizzato ben tre reti neurali per ottenere un’animazione ispirata all’omonimo film muto del 1928, mentre in Human Study #1 – RNP – II di Patrick Tresset , un robot realizza in tempo reale ritratti dei visitatori.

Lungi dal presentare visioni certe e monolitiche, gli artisti in mostra ci propongono interrogativi, mettono in dubbio certezze, scardinano convinzioni errate, innescano dinamiche impreviste.
In Demand Full Laziness, Guido Segni ha trasformato l’automazione in una risorsa, decidendo di delegare per 5 anni, dal 2018 al 2023, una parte della sua produzione artistica ad una serie di algoritmi di deep learning, precedentemente addestrati con immagini provenienti dai personali momenti di ozio e di riposo dell’artista. Una ironica ed originale modalità di cooperazione tra uomo e macchina, che suggerisce futuri inediti ed inesplorati.