Silvio Lorusso è un designer, videomaker, illustratore e web designer. Allo stesso tempo, sviluppa progetti artistici sfruttando Internet, immagini digitali, e pubblicazioni di carattere misto. Il settore sul quale si concentra principalmente è il design grafico, ma nonostante ciò, si occupa anche di sperimentazioni e teorizzazioni approfondite attraverso la sua partecipazione attiva su diversi blog.

Si interessa particolarmente alle analisi di sistemi e fenomeni complessi, alla narrazione di storie e allo sviluppo di contenuti attraverso il design. Lavora sia da solo sia in team, ed è fermamente convinto che la relazione tra design grafico e altri settori sia essenziale per la sua attività. Le sue opere sono state presentate, tra gli altri, da “Wired”, “Huffington Post”, “Gizmondo” e “Buzzfeed”. Dottorando in Scienze del Design presso l’Università Iuav di Venezia, ha presentato il suo lavoro 56 Broken Kidnle Screens, realizzato insieme all’artista Sebastian Schmieg, lo scorso 19 Gennaio 2013 presso il Link Art center di Brescia (http://www.linkartcenter.eu/archives/2386).

Esposto nell’ambito di un allestimento appositamente progettato il libro, pubblicato nel 2012 e realizzato come paperback in print on demand costituito di immagini trovate in rete di schermi frantumati di dispositivi Kindle, era disponibile presso il Link Point in un’edizione speciale di 56 copie numerate e firmate.

Filippo Lorenzin: Ciao, Silvio. Vuoi parlarci di te?

Silvio Lorusso: Ciao, Filippo. Sono di Bari e mi auto-considero designer e artista. Mi interessa molto la tecnologia, le interfacce, il digital folklore, culture di Internet, e pubblicazioni miste. Spendo quasi tutti i miei soldi in libri e biglietti del treno.

Filippo Lorenzin: Parliamo un po’ della tua formazione: hai studiato Design industriale e ti sei specializzato in Comunicazione visiva e multimediale. Ci puoi spiegare com’è avvenuta la scelta di questi due settori? L’avevi programmata sin dall’inizio?

Silvio Lorusso: Devo ammettere che in realtà non era proprio tutto programmato. Ero indeciso se studiare Architettura o Design industriale, ma ho scelto la seconda opzione perché pensavo che tra le due fosse la più completa. Infatti il corso era molto ricco e includeva anche Design visivo. Mi sono concentrato su quest’area di studi molto presto, forse perché lo trovavo un ottimo ambiente per delle sperimentazioni di carattere pratico.

Filippo Lorenzin: Perché hai deciso di studiare Comunicazione Visiva e Multimediale?

Silvio Lorusso: È difficile dirlo… Forse perché ero affascinato dall’idea di sviluppare dei significati al di fuori di una certa organizzazione di contenuti. È, infatti, questo continuo raccogliere e organizzare – chiamiamolo framing – il leitmotiv del mio lavoro, di ciò che mi piace fare. Nella mia pratica indipendente, raramente “creo” immagini da zero. Seleziono elementi visivi e interattivi dalla vita di tutti i giorni e provo a mettere in risalto i valori culturali racchiusi in essi.

Filippo Lorenzin: Questo lavoro di raccolta di cui hai appena parlato mi ricorda la pratica tipica di molti servizi web, come Tumblr e Pinterest. Credi che questo tuo modo di ragionare sia in qualche modo frutto dei nostri tempi?

Silvio Lorusso: Assolutamente sì. In un certo senso, credo che non ci sia scelta: non considero questa attività di raccolta come una moda del momento, ma semplicemente un modo diverso di interpretare la realtà. È possibile applicarlo al processo creativo in generale. A questo punto, diventa chiaro come il significato risieda maggiormente nelle relazioni tra le cose che nelle cose stesse, e questa è la cosa che più mi piace. Prendiamo come esempio Hyper Geography: tutte quelle immagini insieme costituiscono un’interpretazione efficace della cultura contemporanea.

Filippo Lorenzin: Secondo te, per quale ragione storica il lavoro di raccolta è così comune ai giorni nostri? Credi che abbia a che vedere con una sorta di cambiamento nel modo di ragionare degli uomini in relazione alle banche dati dei computer?

Silvio Lorusso: Credo che i motivi siano molteplici, ma forse il più rilevante ha a che fare con la tecnologia. Quindi, sono d’accordo con te: credo che il motivo risieda nella nostra relazione con le banche dati. In particolare, nel modo in cui queste banche dati ci appaiono. Le nostre librerie personali diventano un ritratto della nostra identità (on-line) nel momento stesso in cui iniziamo a condividerle. La raccolta di contenuti e la condivisione è un modo per mettere qualcosa in evidenza, per esserne parte integrante. Vi sono molti aspetti positivi, ma anche alcuni negativi: la raccolta e la condivisione vengono oggi considerate delle forme di espressione, ma è un’attività talmente semplice che non è necessario sviluppare un pensiero su ciò che si sta condividendo. È per questo che credo sia importante definire delle strategie precise nella raccolta, contro la logica degli algoritmi dei flussi di informazioni.

Filippo Lorenzin: Sono d’accordo con te, è come se un numero limitato di cose raccolte si riferisse all’intera persona. Credi che questo modo di organizzare la realtà dipenda da ciò che la pubblicità ci dice da decenni: “Siamo quello che abbiamo”?

Silvio Lorusso: Sicuramente, questo aspetto è molto influente. Appena ho letto la domanda, ho pensato al famoso motto di Barbara Kruger. Pensavo di trovare su Google una versione simile, qualcosa tipo “Condivido quindi sono”, ma sorprendentemente non c’è. Ad ogni modo, ci sono molti riferimenti a Sherry Turkle.

Filippo Lorenzin: C’è una tua frase molto interessante, nella quale mi ci rispecchio un po’: “Seleziono elementi visivi e interattivi dalla vita di tutti i giorni e provo a mettere in risalto i valori culturali racchiusi in essi”. Credi che nel 2013 ogni cosa riveli qualche verità sulla società e sui nostri tempi, o credi che ci si debba concentrare solo su alcune categorie, come Internet o i Social network?

Silvio Lorusso: Non ho una risposta definitiva. In generale, mi concentro su Internet, ma qualche volta seguo semplicemente l’ispirazione. Per esempio, mentre ero in treno mi era capitato di leggere che sul catalogo arabo di Ikea non c’erano donne, e mi ha affascinato l’idea delle donne che scompaiono per lasciare spazio ai mobili, tanto che per il resto del viaggio ho lavorato su una serie di collage che mostravano silhouette femminili prese dai cataloghi standard, accompagnate da figure prese dal catalogo arabo. Credo che questi “brand ghost” siano in qualchemodo rappresentativi dei nostri tempi.

Filippo Lorenzin: Credi che una delle missioni degli artisti contemporanei sia decifrare il mondo attorno a loro o decifrarlo dall’interno, vivendolo?

Silvio Lorusso: Credo che un approccio non escluda l’altro (e credo che lo stesso ragionamento valga per i designer contemporanei): innanzitutto è necessario entrare nel mondo, diventare parte di esso, ma poi è necessario prenderne le distanze per poter esprimere delle idee abbastanza generali da diventare affermazioni emblematiche.

Filippo Lorenzin: Hai fatto molta esperienza fuori dall’Italia, come l’Erasmus presso l’Università tecnica del Medio Oriente (METU) di Ankara e un periodo di studio presso l’istituto Piet Zwart di Rotterdam. Quali sono le maggiori differenze che hai notato tra il sistema universitario italiano e quello internazionale?

Silvio Lorusso: C’è un’enorme differenza che ho notato, soprattutto in Olanda: l’università è profondamente orientata verso lo studente. I professori chiedono agli studenti gli obiettivi che vogliono raggiungere e quali, secondo loro, sono gli argomenti chiave su cui concentrarsi. Non è un compito semplice per entrambe le parti, poiché agli studenti viene data una responsabilità maggiore e gli insegnanti devono essere consapevoli della loro influenza. Ma alla fine, credo che questa filosofia sia assolutamente positiva, dato che gli studenti sono spinti a sviluppare le loro identità personali e a scoprire quali sono i loro veri interessi. Gli spettacoli finali offrono un ottimo termine di paragone: mentre in Italia vengono scarsamente promossi fuori dalle università, in Olanda (e anche alla METU) sono degli spettacoli veri e propri e le opere degli studenti vengono considerate professionali; in Olanda, per esempio, i laureati in design mettono in mostra le loro opere a Eindhoven e nella sezione Hot 100 della piattaforma Virtueel Platform.

Filippo Lorenzin: Prima hai detto di essere originario di Bari. Come definiresti il ruolo dell’arte nella tua città?

Silvio Lorusso: Sono ritornato da poco a Bari, quindi non sono aggiornato sugli sviluppi attuali della città. Sono un grande fan di Alessandro Ludovico, che è originario della mia città… una cosa è certa: a Bari c’è un sacco di gente piena di talento, attiva nel settore del design.

Filippo Lorenzin: Quando hai iniziato a usare Internet e quali sono state le tue prime esperienze con le community on-line? Hai frequentato chat room, forum. Avevi un profilo su Msn?

Silvio Lorusso: La mia esperienza con Internet è iniziata abbastanza tardi: ho comprato il mio primo computer a 17 anni, 10 anni fa. Ho trascorso molto tempo su IRC e Msn. Mi piacevano un sacco gli strumenti di disegno di quest’ultimo, infatti disegnavo più di quanto scrivessi. Avevo anche un profilo Myspace molto attivo: personalizzavo continuamente la mia pagina, creavo GIF animate ed esploravo i profili degli artisti.

Filippo Lorenzin: Credi ci sia stato un momento ben preciso in cui Internet è diventato parte integrante della tua vita quotidiana, o è successo tutto in maniera graduale?

Silvio Lorusso: È successo in maniera graduale, di pari passo con l’evoluzione dei dispositivi. La diffusione dei laptop ha avuto un ruolo cruciale nella relazione con Internet nella vita quotidiana. Adesso è il turno di cellulari e tablet. Mi capita di controllare la casella e-mail appena sveglio. E non mi piace.

Filippo Lorenzin: Secondo te, quali saranno gli sviluppi futuri di questo fenomeno?

Silvio Lorusso: Credo che abbiamo oltrepassato il punto di non ritorno, non potremo sottrarci all’interconnettività onnipresente. Ma ho l’impressione che si sta diffondendo sempre più una consapevolezza generale su queste questioni. Può sembrare un po’ eccessivo – pensiamo, per esempio, al titolo della rivista Internazionale di Luglio “Internet ci rende pazzi?” – ma è bene riflettere su questo argomento.

Filippo Lorenzin: Quali sono state le tue prime opere in relazione a Internet?

Silvio Lorusso: Ho iniziato a concentrarmi sullo strumento Internet non molto tempo fa. C’è un’opera del 2010 alla quale mi sento particolarmente affezionato. È una collezione di GIF animate che raffigurano dei dinosauri in un habitat fatto da altre GIF: una sorta di Jurassic Park fatto di GIF. Mi affascinava il concetto di archeologia multimediale, è così che ho deciso di raffigurarla. Poi mi sono affacciato alla paleontologia. Il titolo dell’opera è Cuando despertó, el dinosaurio todavía estaba allí (2010) che è considerata la storia più breve mai scritta. È di Augusto Monterroso e l’ho trovata opportuna perché suggerisce un senso di invecchiamento e memoria.

Filippo Lorenzin: Ci dici qualcosa su We are human beings! (2011)?

Silvio Lorusso: We are human beings! è un poster che raffigura una parte del manifesto del Free Speech Movement, pronunciato da Mario Savio a Berkeley nel 1964. La tipografia del testo emula i captcha di Google. Il collegamento tra questi due riferimenti ha a che fare con la deumanizzazione: in molti modi il movimento FSM ha lottato contro questo fenomeno, per esempio sovvertendo le schede perforate, in modo che le macchine non fossero più capaci di leggerle. Adesso, quando ci troviamo di fronte un captcha, ci viene chiesto di dimostrare che siamo umani attraverso un processo informatico. In alcuni paesi in via di sviluppo ci sono delle persone pagate pochissimo che hanno il compito di decifrare i captcha. Sentiamo spesso parlare del progetto reCAPTCHA come una grande innovazione, ma dovremmo considerare che aiutiamo una società a digitalizzare libri che non conosciamo, e in base a questo siamo alienati.

Filippo Lorenzin: Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del fenomeno di “meccanizzazione” dell’utente? Provi a essere super partes o includi messaggi ben definiti nelle tue opere?

Silvio Lorusso: Non è facile per me tracciare una linea di divisione tra ciò che è “meccanizzato” e ciò che non lo è. Non c’è qualcosa di meccanizzato nel dar da mangiare agli animali? Ad ogni modo, nelle mie opere cerco di essere neutrale: non faccio altro che collegare oggetti tra di loro, e poi la gente può trarre le proprie conclusioni. Credo che questo rappresenti il modo più autentico di “interagire” con le opere d’arte.

Filippo Lorenzin: Cosa ci dici di Internet for Left-handed (2010)? Quando è come è nato?

Silvio Lorusso: Anche questo ha a che fare con la meccanizzazione: mi trovavo a riflettere sulla relazione tra il cursore del mouse e il corpo, sul fatto che quando interagiamo con il computer, tendiamo a dimenticarci del nostro corpo: ci identifichiamo con questa piccola rappresentazione visiva sullo schermo che diventa una sorta di avatar (tutto ciò è destinato a scomparire con la diffusione dei dispositivi touch). Con una piccola modifica ho provato a interrompere questa simbiosi con lo schermo in una maniera piuttosto ironica.

Filippo Lorenzin: In effetti, molte delle tue opere hanno un tocco di ironia, come ScrollTV (2012) e How to Keep Your Facebook Cover Clean (2012). Che ruolo riveste l’ironia nelle tue opere?

Silvio Lorusso: È un mix di ironia e sarcasmo, mi sento più a mio agio quando uso questo “tono”. È utile per approcciarmi più facilmente al mio lavoro.


Filippo Lorenzin: Noto lo stesso mix di ironia e sarcasmo anche in 56 Broken Kindle Screens (2012). Ci vuoi dire qualcosa riguardo questo progetto?

Silvio Lorusso: È una collaborazione con l’artista tedesco Sebastian Schmieg. Consiste in una serie di foto che raffigurano lo schermo rotto di un Kindle. Le immagini sono riportate sia su una brossura (stampata con print on demand – POD) sia su un Kindle stesso. Costituiscono un’esame della materialità di questo dispositivo di lettura. Tutte le immagini usate per simulare lo schermo rotto sono state prese on-line da persone diverse. Sia quelle stampate nel libro, sia quelle nel Kindle stesso sono foto sottoposte a diverse trasformazioni che costituiscono una sorta di linea di assemblaggio: E-ink fotografato, raccolto on-line, caricato sul cloud, stampato tramite servizio POD o mostrato nuovamente sotto forma di E-ink.

Filippo Lorenzin: Hai parlato di trasformazione: credi che oggi ogni cosa sia mediata attraverso un sistema specifico? Vedo che c’è un ragionamento del genere dietro questo progetto…

Silvio Lorusso: Le cose sono intrinsecamente soggette a diverse mediazioni e rimediazioni che non sono mai neutrali. In genere, pensiamo che nella rimediazione qualcosa venga perso, che è vero, ma allo stesso tempo, qualcosa viene aggiunto. Questo mi affascina. Per esempio, nel caso di 56 Broken Kindle Screen ci siamo liberati del contesto dello schermo ma, così facendo, abbiamo aggiunto un struttura, una selezione, un punto di vista. Possiamo considerare che questo sia un nuovo contenuto.

Filippo Lorenzin: Tu e Sebastian avete recentemente presentato quest’opera al LINK Center di Brescia. Ci parli un po’ di quest’evento?

Silvio Lorusso: Domenico Quaranta e Fabio Paris ci hanno dato l’opportunità di esprimere alcuni dei concetti chiave del progetto attraverso questa mostra. 56 copie del libro stampato sono state sistemate in maniera regolare su un tavolo, rappresentando – e in qualche modo materializzando – i 56 Kindle rotti contenuti nel libro. Tutti gli schermi rotti venivano poi proiettati con una serie di slide in riproduzione automatica su un Kindle funzionante, passando da un’immagine all’altra con il tipico effetto di dissolvenza dei display con E-ink. Questa serie di slide serviva anche a penetrare più a fondo nell’evoluzione del fenomeno: uno scenario distopico fatto di Kindle rotti venduti in grandi quantità su Ebay. Abbiamo anche incluso anche tre banner pubblicitari di Amazon nell’opera.

Filippo Lorenzin: 56 Broken Kindle Screens non è la tua prima opera che include la stampa on demand (POD). Ci dici qualcosa su Blank On Demand (2011)?

Silvio Lorusso: Il progetto, in collaborazione con Giulia Ciliberto, è stato realizzato con due libri bianchi (a parte la stampa del codice ISBN) stampati tramite una stampa on demand su lulu.com. I volumi stampati corrispondono alle dimensioni massima e minima attualmente disponibili per questo tipo di stampe; analogamente, il numero di pagine e il prezzo sono definiti sulla base dei limiti consentiti dalla piattaforma. Sono entrambi delle “unità di misura” dell’influenza dei sistemi POD sulla materialità del libro. Contiamo di estendere il progetto ad altre piattaforme POD, in attesa che qualcuno compri la versione da 999.999,99 euro.

Filippo Lorenzin: Hai mai avuto problemi legali per il copyright delle immagini prese da Internet?

Silvio Lorusso: No, mai. Al giorno d’oggi, molti progetti non si potrebbero realizzare senza l’appropriazione illecita. Sfortunatamente, su molte piattaforme, come Flickr, le licenze Creative Commons non sono impostate di default, e spesso le persone non modificano questa impostazione, anche se non sono interessate ad applicare un copyright sulle loro immagini.

Filippo Lorenzin: Credi che in futuro le regole del copyright cambieranno?

Silvio Lorusso: Forse le leggi sul copyright non cambieranno tanto presto, ma la notorietà di Creative Commons e dei domini pubblici crescerà notevolmente.

Filippo Lorenzin: Su cosa stai lavorando in questi giorni?

Silvio Lorusso: Sto sviluppando un progetto sui centri di elaborazione dati in collaborazione con e-PERMANENT.

Filippo Lorenzin: Progetti futuri?

Silvio Lorusso: Mi sono trasferito da poco a Venezia (di nuovo) e ho iniziato un dottorato in Scienze del Design presso la IUAV, Università di Venezia, concentrandomi sui punti di incontro tra materiale digitale e stampato nel campo pubblicitario.

Filippo Lorenzin: Grazie, Silvio. È stato un piacere.

Silvio Lorusso: Anche per me. Grazie, Filippo.


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