MU Hybrid Art House - Eindhoven, The Netherlands
13 / 05 / 2022 - 26 / 05 / 2022

Mentre il verde chiaro e translucido della primavera lascia il passo alle sfumature più profonde e corpose dell’estate, una navetta spaziale si accinge ad atterrare, o decollare, dall’ingresso in penombra adibito alla mostra nel museo MU. L’ampio spazio in asfalto si trasforma in un EARTHSHRINE, un luogo sacro dedicato alla ricerca mito-ecologica sulla sfera sacra della terra e del suolo, alla creazione di storie, alle danze, allo scambio e alla contemplazione. Dal 13 maggio fino al 26 giugno, l’artista e druido moderno Jasper Griepink presiede su un mondo futuristico fatato fatto di suolo fertile dove, oltre a visitare la mostra, sarà possibile partecipare a rituali e performance durante due finesettimana speciali.

Bisogna ammettere che abbiamo bisogno di relazioni più gentili, che vadano oltre gli esseri umani. L’attività antropologica è causa di inquinamento globale, esaurimento, riscaldamento, scioglimento ed estinzioni di massa; minaccia di porre fine a molta della vita sulla Terra, gli stessi esseri umani inclusi – eppure, continua a prevalere questa idea che la natura sia qualcosa di scontato, alla mercé degli umani. È molto difficile per loro pensarsi all’infuori del centro. Come ha detto la filosofa contemporanea e teorica del femminismo Rosi Braidotti nel suo libro The Posthuman, dobbiamo iniziare a considerare la vitalità intelligente e capacità auto-organizzative come qualità presenti in tutte le specie viventi, in quanto sicuramente non sono sole prerogative degli esseri umani.

Nello scritto Sopravvivere su un pianeta infetto, Donna Haraway descrive Terrapolis: un’allegoria di umani, humus, suolo, infezioni rischiose continue, epidemie di guai promettenti, permacultura. Terrapolis non è ‘post-umana’, bensì ‘com-post’. Riconoscendo la portata delle problematiche che ci aspettano – si calcola che la popolazione umana raggiungerà gli 11 miliardi di persone entro il 2100 – lei suggerisce di ‘fare famiglia, non bambini’. Umani e non-umani sono strettamente legati l’uno all’altro e dobbiamo collaborare, in quanto specie affiliate, per salvare in una qualche maniera il salvabile, e vedere dove andremo a finire assieme.

Questa nozione di reciprocità, dove le specie umane e non umane mantengono relazioni mutualmente beneficiarie, è anche esplorata nell’opera della dottoressa Robin Wall Kimmerer, professoressa di biologia ambientale e membro della tribù Potawatomi, ed è stata la principale fonte di ispirazione nella ricerca di Griepink. Il suo libro Braiding Sweetgrass: Indigenous Wisdom, Scientific Knowledge and the Teachings of Plants tocca le corde di persone da tutto il mondo perché, per citare un’intervista a Kimmerer, “la gente ricorda come sarebbe stato vivere in un qualche posto in cui ci si sente in compagnia con il mondo vivente, non estraniazione”.
Quello che importa, secondo l’artista, è la creazione di nuove narrative in grado di modellare e sviluppare queste relazioni “oltre gli esseri umani”. E caso vuole che Griepink abbia raccontato storie sin da quando era piccolo: creare mondi è (nel)la sua natura. In gioventù ha vagato per le Urkhovense Zeggen, le foreste paludose nei pressi di Eindhoven, per sentirsi connesso all’ambiente e costruire nuovi mondi. Dal 2011 ha costruito un insieme di performance, rituali, canzoni, video e installazioni informate all’appartenenza alla terra e a culture indigene, antica conoscenza, cure olistiche, ecologia queer e a storie di fantascienza. Mentre le antiche scienze olistiche del vivere assieme alla terra sono sopravvissute oltremare alla distruzione colonialista, le terre natie di Griepink sembravano invece prive della saggezza che conferiva centralità alla terra. Aperto alla conoscenza di numerose persone da tutto il pianeta, l’artista ha scoperto l’eredità dei druidi, che è poi diventata il motivo centrale dietro al riaccendere in noi la consapevolezza di appartenere alla terra.
Vivo nelle leggende più che nella continuità storica, il fragile lascito dei druidi, coloro che consultavano i boschi in cerca di saggezza, rispecchia le tradizioni indigene esistenti in cui l’orecchio è armonizzato al più-che-umano per consiglio e comprensione. EARTHSHRINE propone di volgere nuovamente l’orecchio verso la terra. Per aiutare questo processo, Griepink traveste i suoi messaggi nella forma di videoclip di musica pop, in cui appaiono come una sacerdotessa cantante, che ricorda una qualche druida sci-fi proveniente da un pianeta verde e brillante. Secondo l’artista, è necessaria una nuova comprensione (e abbigliamento) intersezionale per l’eco-spirituaità, così che noi possiamo essere cullati a prendere parte nuovamente nei canti e raduni per la Terra.

Per Griepink le sacerdotesse del mondo antico sono sempre state delle artiste che intrecciavano il movimento, la musica, l’odore e lo spazio in esperienze e contenitori realistici di una comprensione culturale del mondo condivisa. La diva sicuramente oltrepassa la soglia in fibra di canapa e rami di salice di questo EARTHSHRINE contemporaneo. Ormai la figura del druido si è evoluta in un essere della natura più astratto e alieno color lavanda e blu che ricorda un elfo o un folletto, per rendere il volto della saggezza incentrata sulla terra ancora meno umana.
Secondo l’artista, le storie multisensoriali impersonate hanno trasmesso il nostro senso di appartenenza alla comunità e alla terra per secoli. In modo simile, EARTHSHRINE trasmette diverse storie legate in un’installazione spaziale multi-sensuale che include diverse opere. Piccoli pezzi di tradizioni e lasciti dell’antica Europa in un nuovo mondo sci-fi sacro, un tempio al suolo che sfida l’inserimento nel tempo lineare, in cui ogni dettaglio preciso, dai costumi ai rituali ai set video, paesaggi olfattivi e suoni, esprime l’intero habitat.

Una scultura della mostra, intitolata Eden Spacecraft (basata sull’omonimo bozzetto del 2009) sembra essere in procinto di partire, o forse è arrivata da poco, trasportando un ecosistema coltivato idilliaco. Una futura Arca, costruita specificatamente per le piante e la bellezza e forse per una misteriosa eco-divinità dello spazio.

Nel nuovo video girato DIRTY, che sarà mostrato per la prima volta al MU per questa mostra, due fate aliene, creature simili a fauni nude e sexy, si incontrano intorno a una roccia sacra, o dolmen, in un cerchio di terra. Non avendo familiarità con il terreno, le fate scoprono, in splendido isolamento, le sue qualità sensoriali e sensuali. Cantano e ballano di un tempo e di uno spazio “prima che il terreno fosse sporco”, quando ancora veneravano il Dio del Suolo. Il film esiste in un regno totalmente nuovo dell’immaginazione dell’artista dove la terra – la nostra più grande maestra – contiene la saggezza e il potere a cui noi, come elfi alieni, possiamo connetterci.

Kimmerer una volta citò l’ambientalista Aldo Leopold, che disse “avere un’educazione ecologica significa vivere da solo in un mondo di ferite”. O, come la mette Haraway: “a volte gli scienziati e chi pensa, legge, studia, fa attivismo e ci tiene, sa troppo e il tutto è troppo pesante”. Questo sentimento viene esplorato in una seconda opera video della mostra, EARTH(hurt), che mostra la stessa creatura folcloristica, apparsa in DIRTY, adesso ricoperta dal terreno bagnato, accasciata e tremolante. Una colonna sonora agghiacciante rappresenta l’eco-dolore, ossia la disperazione per la crisi climatica. La creatura, inspirando ed espirando a fondo, cerca di dire “La terra è la nostra più grande maestra”. Anche se non li vediamo, Griepink suggerisce che anche altri esseri invisibili stanno passando un periodo buio, proprio come noi. La Terra stessa soffre.

La mostra non fa riferimento soltanto al mondo esterno, bensì contiene anche un’enorme quantità di suolo e terra al suo interno, con cui si potrà interagire ed esplorare nel corso della stessa. In uno dei fine settimana speciali, durante un rito di gratitudine, verranno inoculate spore fungine nel suolo in una cerimonia con l’eco-guerriera, accademica-attivista, artista della danza e scrittrice Victoria McKenzie che fonderà la scienza e il sacro. I funghi, o le loro ife, scientificamente parlando, permeano il suolo creando relazioni simbiotiche con le piante e gli alberi presenti. Nel bestseller del 2021 Finding the Mother Tree, Suzanne Simard racconta della sua scoperta di come gli alberi comunicano e condividono risorse tra loro attraverso reti di ife – il micelio. Il suolo è vivo, è intelligente, senza dubbio. Potrebbe essere anche sacro?

Il suolo ricorre spesso come materiale e tematica anche nella corrente Biennale di Venezia. Si pensi, ad esempio, al giardino pieno di rocce, canna da zucchero e kudzu, intitolato To See the Earth Before the End of the World, in cui l’artista Precious Okoyomon lega in maniera indissolubile la natura alla colonizzazione e alla schiavitù. Oppure si pensi all’installazione Earthly Paradise di Delcy Morelos, uno strato di terra alto più di un metro che profuma di fieno e cacao, cannella e manioca. L’opera si ispira alle cosmologie delle Ande e dell’Amazzonia, dove la natura non è mai inerte e gli umani sono creature della terra: “Man mano che il suolo penetra e influenza il nostro corpo e i nostri sensi, il nostro divenire umano prende una nuova forma”, secondo Morelos, “[…] continuiamo a diventare ‘humus’, come ricorda l’etimologia latina della stessa parola ‘umano’.”

La terra e il suolo sono importanti per Griepink in modo simile: materializzano il nostro legame con l’ambiente. I fauni in DIRTY usano tutti i loro sensi per relazionarsi con l’ambiente circostante – accarezzano, assaggiano, leccano, annusano e finiscono per ricoprirsi di fango. Potrebbe far pensare alle performance incredibilmente fisiche in argilla di Alexandra Engelfriet, come Under Ground, l’opera realizzata a Tilburg per la Lustwarande 2016. Questo avveniva un anno prima che Griepink installasse Grove 2.0 – Chapel of Wild Wisdom, una serra futuristica centro di un rito di gratitudine per la foresta, in occasione della Lustwarande 2017–. In una registrazione video, l’artista è ripreso mentre accarezza, odora, benedice e bacia gli alberi e le piante. Un eco-sesso euforico, grato e politico.

Al MU, EARTHSHRINE costituirà un nucleo cosmico per ulteriori indagini mito-ecologiche; la realizzazione di nuove storie, canzoni, scambio e contemplazione. Come possiamo rincantare la terra, rianimare il suolo e invitare il sacro a tornare nella terra? Non c’è una risposta pronta a questa domanda nel MU, ma solo un invito a tornare alla terra.


https://mu.nl/en/exhibitions/earthshrine-sensing-sacred-soils