La prima video proiezione su una superficie non piana risale al 1969, quando delle inquietanti illusioni ottiche come delle teste senza corpo furono proiettate sulla facciata di una casa infestata di Disneyland per festeggiare la sua inaugurazione. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti nel settore, e oggi possiamo ritrovarci su un ponte della Moldova in una buia e piacevolmente calda serata praghese a fissare un’enorme proiezione di laser verdi che rimbalzano sulla superficie dell’acqua trasformando il fiume in una tela digitale. È la metà di ottobre e ci troviamo di fronte alla più grande installazione nella storia del Signal – il festival di light art che è diventato il più grande evento culturale della Repubblica Ceca – realizzata da Jakub Pešek, artista audiovisivo e fondatore del festival di musica elettronica Lunchmeat. I raggi verdi sono proiettati da entrambi gli argini, coprono una superficie di 180 mila m3 e si incrociano l’uno con l’altro in diverse configurazioni al ritmo della musica elettronica.

Nel complesso il tema di questa edizione 2019, che si è svolta dal 10 al 13 ottobre, è stato la rivoluzione: il 30° anniversario della Rivoluzione di Velluto in Repubblica Ceca ma anche quella presente e futura legata ai cambiamenti climatici, sociali e tecnologici del nostro tempo. Alla luce degli eventi del 1989 e sull’orlo della quarta rivoluzione industriale il festival ha proposto di fare il punto della situazione e chiederci se siamo ancora pronti oggi ad alzarci dal divano, vincere la nostra pigrizia e convogliare tutte le proteste in una reale lotta per un mondo migliore. Profondamente radicato nella storia ceca, ma sempre aperto a una prospettiva internazionale, la cifra distintiva del Signal è sempre stata quella di cercare di guardare al futuro tenendo un piede ben saldo nel passato, trasformando la visione retrospettiva di una ricorrenza storica in uno sguardo verso il futuro.

Quest’anno il Signal ha presentato un totale di 18 opere – 9 delle quali di celebri new media artist stranieri – dislocati lungo tre itinerari nei quartieri di Mala Strana, Città Vecchia e Karlin; alcune erano collocate in nuove location, come la sede del Ministero dei Trasporti e il cortile di Invalidovna, in modo da portare i visitatori alla scoperta di luoghi normalmente preclusi anche ai cittadini di Praga. Oltre a Pešek il festival ha ospitato anche  altri grandi nomi autoctoni come Eva Jiřičná, architetto di fama internazionale, e il suo studio AI – DESIGN, che ha preso possesso dei giardini Vojan con un meteorite luminoso di origini sconosciute, schermato da uno specchio: per vederlo, i visitatori dovevano prima dare uno sguardo alla propria coscienza, fissando per alcuni secondi il proprio riflesso e cercando nel mentre di sbarazzarsi di tutta la falsità e disonestà nascosta nelle loro anime.

Tra gli artisti stranieri c’era anche lo studio italiano di design Illo, che ha convogliato la sua estetica colorata e giocosa in Ottantanove, un video mapping coinvolgente sugli inizi e la conclusione della Rivoluzione di Velluto, e l’artista/scienziato Memo Atken, che ha declinato il tema in un senso molto più ampio. Nel Museo Nazionale della Musica l’artista di Istanbul ha presentato Simple Harmonic Motion come una sorta di altare moderno composto da operazioni algoritmiche, musica e fasci di luce. Fare esperienza di questa installazione era prendere parte a un rituale di riconciliazione tra scienza e spiritualità, in un mondo dove i conflitti nascono dalla relazione tra gli uomini e le macchine, e la rivoluzione è l’armonica convivenza tra i due.

Il concetto di rivoluzione è stato affrontato nei suoi significati più sfaccettati anche in a.r.r.c, un’installazione di Dreamlaser che ha permesso ai visitatori di sperimentare il montare di una rivoluzione sottoforma di un’esperienza spaziale e fisica attraverso la proiezione di raggi laser rossi nello spazio buio e tortuoso della galleria Kooperativa. Un altro tipo di rivoluzione, questa volta di tipo spaziale, ha avuto luogo sulla facciata della cattedrale gotica dei Santi Cirillo e Metodio nella piazza di Karlin, dove il collettivo turco Nohlab ha proiettato il video mapping Space and Possibilities. Qui, una coreografia fatta di luce e suono sapientemente mescolati ha saputo giocare con il genius loci dell’edificio, smembrando e riassemblando la sua superficie e la sua sostanza come fosse totalmente malleabile. Trasformando l’architettura in un materiale fluido, questa installazione ha messo alla prova le percezioni dei visitatori in una infinita metamorfosi.

Un altro edificio sacro, il Clementinum, è stato colonizzato invece dai fuse*, che hanno ipnotizzato i visitatori fin nel cuore della notte con sequenze di immagini digitali generate in tempo reale. Proiettate su uno spazio verticale affiancato da due superfici a specchio, queste hanno restituito un’idea abbastanza eloquente del concetto di infinità. L’installazione si ispira al concetto di multi-verso del fisico Lee Smolin, che ha teorizzato l’esistenza di universi paralleli al di fuori del continuum spazio-temporale. Un’operazione simile, ma su scala ridotta, è stata l’esperienza del Signal Soundscape: un concerto audiovisivo di 30 minuti ad opera di quattro giovani artisti cechi che hanno portato il tempo atmosferico esterno negli spazi interni della Chiesa del Salvatore, dando vita ad uno spazio di meditazione mozzafiato attraverso la musica e a una nuvola di fumo.

Al di là della Rivoluzione del 1989, il 2019 segna anche un altro anniversario: il centenario della fondazione del Bauhaus, a cui il collettivo tedesco Giegling (formatosi proprio in quella scuola), ha reso omaggio trasformando i giardini Nostic di Mala Strana in un parco giochi performativo fatto di sculture mobili. In parallelo a un così ricco programma come non citare anche i panel e le interviste del Signal Transmit, il cinema, con le sue proiezioni di film di famosi artisti digitali, le guide e le attività per bambini del Signal Playground. Quando le acque si sono calmate abbiamo fatto due chiacchiere con il direttore del festival Martin Pošta per tirare le somme dell’edizione appena conclusa.

Federica Fontana: Con quest’ultima edizione siamo arrivati al settimo anno di Signal: ci puoi fare una breve panoramica di come si è evoluto il festival nel corso del tempo? Qual è il ruolo che ha oggi il Signal nella vita culturale di Praga?

Martin Pošta: Il Signal è stato fondato dallo studio Macula in forma di festival delle luci focalizzato espressamente sul video mapping. In quegli anni questa era ancora una disciplina artistica relativamente nuova. La situazione è cambiata abbastanza nel corso degli anni e soprattutto negli ultimi tre il Signal si sta trasformando da festival di video mapping e light art in un festival di arte digitale e cultura creativa, che produce non solo una grande quantità di nuove installazioni ma anche una forte esperienza artistica ed emozionale, con un’enfasi particolare sugli artisti visivi contemporanei e le tematiche sociali e ambientali.

Il Signal oggi è uno dei festival di arti visive più visitati in Repubblica Ceca, è molto popolare e visitato anche da persone che non sono abituali frequentatori delle gallerie. Di conseguenza uno dei ruoli principali del festival è quello di educare queste persone mostrandogli i più interessanti artisti cechi contemporanei direttamente nello spazio pubblico. Il festival sta anche cercando di supportare i giovani artisti locali per permettergli di creare installazioni su larga scala e per presentarli ad un pubblico di massa e allo stesso tempo ai curatori di altri festival.

Federica Fontana: Quali sono le maggiori sfide che si incontrano nel lavorare con installazioni di new media art e nell’organizzare un evento nello spazio pubblico di una portata simile? Qual è stato il progetto che vi ha dato più filo da torcere quest’anno?

Martin Pošta: La maggior parte delle installazioni che presentiamo sono create appositamente per il festival e l’unico momento in cui puoi renderti conto se funzionano o no è il giorno prima dell’apertura, e a quel punto è abbastanza difficile cambiare qualcosa perché non c’è abbastanza tempo per farlo. Quindi è necessario mettere in campo tutta la tua esperienza sulle installazioni su larga scala nel momento della preparazione. Dobbiamo seguire molto gli artisti perché molti di loro non sanno quanto noi cosa comporta lavorare negli spazi esterni durante il periodo autunnale né come presentare un lavoro a un pubblico così vasto.

Le sfide più grandi sono ogni anno ottenere i permessi per esporre in nuove location e realizzare tutto in tempo, perché di solito abbiamo due o tre giorni al massimo per allestire tutti i lavori. La maggior parte dei progetti che abbiamo presentato quest’anno erano abbastanza complessi e hanno richiesto circa 9 mesi di preparazione. Ce n’è stato più di uno che ci ha dato del filo da torcere.

Federica Fontana: Uno degli eventi principali del programma è stata una produzione che il Signal ha realizzato in collaborazione con Post Bellum. Qual’era il concept alla base di questo progetto?

Martin Pošta: L’idea era di raccontare al pubblico un evento storico importante che non è però così conosciuto dai cittadini di Praga. Trent’anni fa più di 15 000 rifugiati della Germania dell’Est si sono appoggiati all’Ambasciata della Germania dell’Ovest a Praga per raggiungere la loro terra d’origine. Più tardi questo episodio ha portato alla caduta del muro di Berlino. I rifugiati hanno abbandonato centinaia di automobili Trabant, prodotte nella Germania dell’Est, lungo le strade di Malá Strana. Noi abbiamo usato queste macchine come un simbolo di questo evento e creato un’installazione chiamata Trabi, per raccontare ai visitatori questo episodio storico profondamente connesso alla città di Praga.

Federica Fontana: Come descriveresti l’approccio curatoriale del team creativo del Signal?

Martin Pošta: Il team di curatori è composto da cinque elementi, ognuno di loro ha un punto di vista leggermente diverso riguardo all’evoluzione che il festival dovrebbe prendere. Ciò che ci accomuna è l’essere focalizzati sul trattare temi d’attualità sociali, tecnologici e ambientali attraverso opere d’arte nello spazio pubblico. Ognuno dei membri del team presenta una sua lista di artisti che non devono occuparsi necessariamente di arte digitale o light art. Da tutte queste liste selezioniamo circa venti nomi con l’obiettivo di arrivare ad averne una metà locali e una metà stranieri, di includere più donne possibili e anche alcuni giovani.

Federica Fontana: Il Signal 2019 è stato caratterizzato anche da un occhio di riguardo verso la sostenibilità, grazie a una collaborazione con Sázíme stromy (We plant trees). Potresti spiegare ai nostri lettori che tipo di iniziative avete preso per ridurre l’impatto ambientale del festival?

Martin Pošta: Tutti noi abbiamo un impatto sull’ambiente. I nostri quartieri, le strade che attraversiamo quotidianamente per andare al lavoro, le città in cui viviamo. Ciò che creiamo è importante, ma è importante anche quello che ci lasciamo dietro. Il festival crea emozioni, porta gioia e porta centinaia di persone a confrontarsi con la cultura digitale e la creatività, ma lascia anche tracce nella città in cui si svolge. Noi ricicliamo i rifiuti che produciamo. Usiamo piatti compostabili per i catering, stiamo riducendo l’uso di plastica. Abbiamo scelto l’energia verde per le nostre installazioni ogni volta che è stato possibile. Il nostro merchandising è sostenibile. Stiamo lavorando con organizzazioni non-profit e non governative per focalizzarci sulla gestione innovativa dell’ambiente. Ci stiamo provando, ma non è abbastanza. Per l’anno prossimo abbiamo in programma di fare di più.

Federica Fontana: Il tema di quest’anno è stato la rivoluzione. Alcuni artisti l’hanno preso letteralmente, altri l’hanno declinato in un senso più ampio e universale. Considerando i risultati nel complesso che idea ti sei fatto: oggi possiamo ancora parlare di rivoluzione, almeno in ambito artistico?

Martin Pošta: Se ti guardi intorno vedrai che stanno accadendo tante piccole e grandi rivoluzioni nel mondo. Penso che ci sia più bisogno di cambiamenti sociali e ambientali che di rivoluzione nel campo dell’arte, ma l’arte è un grande e potente strumento per presentare le idee di cambiamento al pubblico.


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