Negli ultimi decenni, la nostra capacità di attenzione è scesa a quattro secondi, per il bisogno compulsivo di gratificazione e sovrastimoli quotidiani che causano la perdita della capacità di ascoltare e immaginare. Non siamo più in grado di identificare i dettagli che ci circondano, inclusi i suoni più peculiari e attraenti. Anche il suono delle campane – la cui percezione potrebbe sfumare nel rumore del traffico per le orecchie umane – potrebbe essere ascoltato solo da coloro che sono in grado di farlo attentamente e consciamente.

Eppure, la situazione insolita e coercitiva in cui ci siamo ritrovati all’improvviso durante il lockdown è stata un’opportunità unica per (ri)ascoltare attentamente il mondo. Come ha spiegato di recente Chris Watson, “grazie alla mancanza – o inaspettata riduzione – dell’inquinamento acustico, abbiamo avuto il privilegio di ascoltare il mondo esattamente come facevano le persone molti anni fa”.

Watson – uno dei principali recordisti di suoni della natura e delle zone più remote della Terra – a causa del Coronavirus, si è trovato lui stesso a registrare suoni nel suo giardino sul retro, in periferia di Newcastle (UK), scoprendo suoni sorprendenti che fino a qualche mese fa erano nascosti dall’accavallamento acustico. Secondo Watson, il lockdown ha cambiato la nostra percezione del suono ed è diventata una straordinaria opportunità per ascoltare l’ambiente domestico delle zone urbane e interagire di nuovo con la natura circostante. Watson – un noto compositore e artista del suono britannico – crede che non ci sia bisogno di attraversare la foresta pluviale per ascoltare il cinguettio degli uccelli tropicali: basta camminare al parco, a passo lento, per ascoltare persino il suono più impercettibile. Inoltre, si possono ascoltare nuovi suoni e nuove percezioni negli ambienti più familiari. Questo ha effetti positivi sulla salute mentale e sul benessere.

Dagli anni ’80, Watson – anche membro fondatore del famoso gruppo musicale Cabaret Voltaire – ha lavorato sia alla registrazione di suoni in tutto il mondo che alla creazione di installazioni sonore site-specific, che mostrano un forte senso e spirito del luogo in cui l’opera d’arte viene creata. Le sue installazioni sono state commissionate da gallerie d’arte quali The National Gallery a Londra, il Louvre a Parigi, e per festival internazionali come l’Aichi Triennale in Giappone, l’Unsound a Cracovia e così via.

Inoltre, Watson ha creato le colonne sonore per alcuni famosi programmi tv come la serie Life di David Attenborough. Nel 1996, The Life of Birds ha vinto un premio BAFTA al miglior sonoro, anche la serie della BBC Frozen Planet ha vinto un premio BAFTA nel 2012; la sua musica può essere ascoltata spesso nel programma di BBC Radio 3 ‘Late Junction’; ha lavorato a lungo per la serie di RTÉ Radio 1 ‘Sound Stories’; nel 2013 ha ricevuto un Premio Paul Hamlyn Composer. Infine, Chris Watson è una leggenda nell’ambito della musica e del suono sperimentale e io aspettavo da tanto di intervistarlo.

Caterina Tomeo: È davvero famoso per le sue registrazioni di suoni tropicali e per i viaggi nelle zone più remote del mondo ma, all’improvviso, si è trovato in quarantena come tutti noi, bloccato in casa nel Regno Unito. Di recente, ha affermato che questa è un’opportunità unica. Cosa significa?

Chris Watson: Ero davvero felice di avere delle limitazioni e stare a casa. Siamo fortunati, perché viviamo nella periferica Newcastle Upon Tyne, nel Nord Est dell’Inghilterra, quindi abbiamo un giardino, un giardino sul retro, e ho colto l’opportunità perché è primavera, il momento dell’anno perfetto per il cinguettio degli uccelli e per ascoltare la natura. Così ho iniziato a esplorare il potenziale del suono del mio giardino – un pezzo molto piccolo – cioè, ho potuto esplorarlo intimamente ed esaminarlo per un lungo periodo di tempo, davvero appagante.

Caterina Tomeo: Quindi, ha esplorato solo il mondo intorno a lei o è stata anche un’occasione per esplorare dentro di lei…

Chris Watson: Si, penso che sia una parte di ciò che faccio tuttavia, ed ero veramente fortunato. Se volevo scappare, potevo andare nel mio studio e immergermi nel suono del deserto del Namib… Da poco sono tornato dal Messico, da Baja California, dove ho cercato di registrare il verso del più grande e sonoro animale mai vissuto, la balenottera blu, per poter ascoltare alcune registrazioni subacquee del Mare di Cortez. Quindi, ho potuto spostarmi facilmente verso altri posti, anche se ero a casa.

Dal punto di vista psicologico, ha avuto un impatto su ciò che faccio. Ci penso tutto il tempo, perché è una delle cose che fa il suono. È davvero viscerale, colpisce dritto al cuore e all’immaginazione, quasi come l’olfatto, che penso sia forse il senso più potente. Perciò sono sempre interessato all’esplorazione con le connessioni dirette che crea, sia che si trovi nel mio giardino sul retro o nel Mare di Cortez.

Caterina Tomeo: Perché è tanto importante avere l’abilità dell’ascolto in modo conscio e responsabile? Come potremmo reagire ai sovrastimoli quotidiani dei suoni?

Chris Watson: Penso che reagiamo costantemente al suono perché non possiamo fare a meno di ascoltare. Non abbiamo coperture per le orecchie. Ascoltiamo anche mentre dormiamo, perché ci siamo evoluti da persone che sapevano ascoltare.

Quarantamila anni fa, quando le persone vivevano nelle caverne lungo o sulla costa e dormivano e vivevano insieme di notte, e un branco di iene o una tigre dai denti a sciabola entravano in quella caverna – noi ci siamo evoluti da quelle persone che hanno sentito quegli animali nel sonno e che dopo essersi svegliati sono scappati. Più semplicemente, le persone che non hanno sentito i predatori avvicinarsi non si sono evolute fino ai giorni nostri.

Pertanto, tutti noi sappiamo ascoltare. La sfida consiste nel fatto che nel XXI secolo siamo circondati dall’inquinamento acustico, o lo siamo stati fino a questo cambiamento. Non so se avete notato i cambiamenti avvenuti nel paesaggio sonoro di Roma, penso di sì, durante il lockdown; io di sicuro l’ho notato. Così le persone hanno cominciato ad ascoltare di nuovo, a sintonizzarsi, perché in passato abbiamo continuato a coprire i suoni per riuscire a superare la giornata, per poter comunicare, ma ora abbiamo la possibilità di aprire le nostre orecchie e ascoltare.

Caterina Tomeo: Come è nata la sua passione per la registrazione del suono? Che cos’è il sono?

Chris Watson: Penso che il suono sia una specie di vibrazione, ecco cosa penso che sia. È uno stimolo fisico. Perciò, nel momento in cui ci sentiamo a vicenda alla fine di questo viaggio in seguito al cambiamento della pressione atmosferica, sentite la mia voce provenire dall’altoparlante e io vi sento da questi auricolari… è la pressione atmosferica. Tuttavia, la maggior parte dei suoni sono vibrazioni, vibrazioni fisiche, e così via; per questo motivo penso che influenzi profondamente noi, il nostro sistema nervoso e le aree limbiche del nostro cervello. È uno stimolo molto potente.
Ecco cos’è il suono per me.

Caterina Tomeo: Quando ha iniziato a esplorare questo campo?

Chris Watson: Quando ero molto giovane – avevo circa 12 o 13 anni – i miei genitori mi hanno comprato un mangianastri, un registratore a bobine Nazionale, come se fosse un regalo di compleanno o di Natale, così l’ho usato per esplorare tutto quello che c’era in casa. Seguivo mia madre in giro e registravo i suoni nelle varie stanze, poi ho capito che, avendo le batterie, potevo portarlo fuori.

Nel giardino sul retro della nostra casa a Sheffield, dove sono cresciuto, avevamo una casetta per gli uccelli – ci mettevamo il cibo per gli uccellini – e li potevo osservare dalla finestra della cucina, ma ovviamente non potevo sentirli. Da quel che ricordo, mi piace pensare che fosse più o meno come guardare un film muto. Poi, all’improvviso, mi sono reso conto che potevo portare all’esterno il registratore, lasciare il microfono fuori e ritornare dentro. E così ho fatto.

E ancora, mi piace immaginare di poter riprodurre quel nastro e di essere trasportato in un altro mondo, un luogo in cui non potremmo mai esistere, perché il nostro comportamento lo influenzerebbe. È stato davvero profondo – all’epoca non lo avevo compreso – ma è stato un momento davvero profondo, perché mi sono reso conto del potere del suono in termini di spostamento temporale e suono registrato. Sa, ho scoperto il lavoro svolto dai compositori che manipolavano anche quei suoni, così mi sono appassionato all’argomento.

Caterina Tomeo: Sono curioso di conoscere il suo background musicale e artistico…

Chris Watson: Quando ero un adolescente ero interessato a tutti gli aspetti dell’arte, come molti giovani: cultura, film, scrittura e musica ovviamente.

Alcuni di noi si sono riuniti e insieme abbiamo fondato un gruppo musicale, una band chiamata Cabaret Voltaire. Questo è successo tanto tempo fa, all’epoca del punk, alla fine degli anni ’70. Così ci siamo interessati alla musica elettronica e io alla musica concreta, che si può descrivere come una specie di suono sperimentale in un certo senso.

Ce la siamo cavata abbastanza bene e abbiamo riscosso successo. Abbiamo firmato un contratto con una casa discografica di Londra chiamata Rough Trade, poi con una di Manchester chiamata Factory Records. Abbiamo fatto un sacco di dischi e viaggiato molto. Siamo andati in Italia – lì abbiamo suonato parecchio essendo un ambiente molto stimolante, con persone interessate alla musica sperimentale e a quella contemporanea.
Così abbiamo viaggiato in giro per l’Europa e l’America e la cosa si è in qualche modo evoluta. Allo stesso tempo ero sempre a registrare. Registravo i suoni. Ci tornavo sempre quando non eravamo in studio.

Caterina Tomeo: Quali figure hanno maggiormente influenzato il suo lavoro?

Chris Watson: Musicalmente parlando?

Caterina Tomeo: Esatto.

Chris Watson: Diciamo parecchie. Ad esempio, Pierre Schaeffer, un compositore francese degli anni ’40, ’50 e 60’, insieme a Pierre Henry, probabilmente colui che sviluppò il concetto di musica concreta. Penso che una delle influenze più incisive sia il fatto che le persone usavano i registratori per dare forma al suono, e l’ho trovato affascinante.

Poi negli ultimi tempi, artisti più contemporanei, artisti di musica elettronica e persone che abbiamo conosciuto lavorando nell’ambito della musica e nell’industria musicale. Ma mi piace sempre ritornare su compositori come Schaeffer… Recentemente però anche persone come Sibelius…Messiaen, il compositore italiano Scelsi; una combinazione davvero interessante di suoni e musica e la reinterpretazione di una delle sue tracce dello scorso anno per il nostro disco.
Pertanto, mi piace pensare di essere in un certo senso influenzato costantemente da ciò che sento, perché noi esistiamo. Non possiamo non esistere…non possiamo lavorare in isolamento. Tutti noi abbiamo dei riferimenti stimolanti. Ma suppongo che per me siano quelle persone, quei compositori…

Sa, a me piace Benjamin Britten. Sono stato influenzato dal suo lavoro perché mi è stato chiesto di lavorare su un pezzo per il centenario della sua nascita, così ho iniziato a esaminare con attenzione il suo lavoro. Una mia amica, Hildur Gudnadottir, è una violoncellista con cui ho lavorato recentemente in una serie televisiva su Chernobyl e sono molto influenzato dal lavoro di Hildur e dal suo modo di approcciarsi al suono e alla musica.

Claire Singer, un’organista che suona nell’Union Chapel di Londra. Poiché mi piace molto il suo lavoro sono influenzato dalla sua musica ma anche dall’intera filosofia che la circonda ed è questo che mi interessa. Poi c’è l’etichetta discografica con cui lavoro, Touch, perché ha una lista interessante di artisti che mi piacciono quali Jana Winderen, un’artista norvegese, Philip Jeck, Christian Fennesz…

Caterina Tomeo: Tra le sue numerose collaborazioni internazionali ha lavorato a un progetto audiovisivo di Carlos Casas, che adoro e conosco molto bene. Potrebbe descrivere questo lavoro?

Chris Watson: Ah sì, Carlos. Lo abbiamo fatto l’anno scorso a Roma {al Theatre Bienniale…ma era il Theatre Bienniale? Comunque…} Esiste in diverse forme. La prima, che voleva fare Carlos, corrisponde al suo progetto. Semplicemente mi ha invitato a lavorare su alcuni suoi aspetti.

È iniziato principalmente come un film sul viaggio finale di un elefante, un elefante asiatico, e c’era una sessione in cui l’elefante è scomparso in questo luogo che Carlos aveva immaginato da bambino, il cimitero degli elefanti. E lui mi ha invitato a comporre la colonna sonora proprio per quella parte del film. È iniziata come una parte del film di diciotto minuti ma lo schermo era nero.

Mi è piaciuta tantissimo questa idea del cinema buio, è qualcosa che ho sempre voluto provare quando me ne fosse data l’occasione. Così le riprese sono state stabilite e allestite, quasi fosse un dramma su questo elefante che si preparava al suo viaggio finale, e poi arrivano alcuni bracconieri e criminali e in quel momento l’elefante scompare in questo posto – e Carlos mi ha invitato a creare la colonna sonora per quest’altro mondo, il cimitero degli elefanti.

Facendo parte della commissione ho voluto registrare gli elefanti o migliorare le mie registrazioni. Pertanto, sono andato con un amico, Tony Myatt, Professore di Musica all’ Università del Surrey, che lavora su tutti gli aspetti spaziali delle mie installazioni, al Wellcome Trust e poi al Parco Nazionale di Amboseli in Kenya. Ho lavorato con un’amica, una donna di nome Joyce Poole, probabilmente l’esperta mondiale in comunicazione con gli elefanti, e ho lavorato con lei diverse volte. Così siamo andati là: è stata incaricata di lavorare con noi sul film e abbiamo passato un paio di settimane registrando elefanti, poi io e Carlos abbiamo composto la colonna sonora per la parte oscura di questo film.

È una specie di pezzo del cinema espanso, perché è davvero progettato per esibizioni dal vivo. Pertanto, occorre una proiezione molto larga degli schermi, cosa che abbiamo fatto l’anno scorso all’apertoire del Theatre Festival a Roma, e poi un impianto audio enorme. Dunque, la parte regolare del film ha una colonna sonora stereo che non ho creato. Ma poi, quando l’elefante entra nel cimitero lo schermo diventa nero, si scurisce e la colonna sonora attraversa un impianto audio ambisonico di 32 canali che circonda il pubblico. Passando dallo schermo piatto a questo suono, il pubblico sprofonda in questo luogo di oscurità. Questo enorme impianto audio surround e la parte scura del film lo caratterizzano e io e Tony ci occupiamo della diffusione live dei suoni nel contesto.

Il film gira attorno a un’immagine e a una colonna sonora stereo. Dunque, è davvero una parte del film e l’abbiamo mostrata diverse volte dal vivo in giro per l’Europa, in Belgio, a Londra e in Italia, e funziona molto bene. È un’esperienza davvero potente. Oggi c’è anche una versione cinematografica, che è solo una regolare colonna sonora 5.1, che è diversa. Mi è piaciuto molto. Carlos è una persona fantastica con cui lavorare, mi è piaciuta davvero questa idea, questo senso di cinema espanso, dove utilizzi il suono e la vista in un modo quasi unico.

Caterina Tomeo: Non solo lei è uno straordinario compositore, ma anche un fantastico sound artist. Che cosa c’è al centro del suo lavoro?

Chris Watson: Buona parte del mio lavoro ruota attorno ai miei interessi, perché è cominciato tutto con gli animali, la flora e la fauna e l’ambiente naturale. Questo senso e gli spiriti del luogo mi hanno sempre incuriosito.

Quando ero giovane – avevo vent’anni – ero appassionato delle opere di Thomas Lethbridge, un accademico inglese – negli anni ’50 era a capo del Museum of Antiquities all’Università di Cambridge – e io ero affascinato dai suoi lavori e dagli scritti sull’essenza del prestigio, sullo spirito del luogo e sul modo in cui è possibile servirsene.

Mi incuriosivano anche le opere che esaminavano il paesaggio realizzate da viaggiatori come John Hillaby, ciò che prese il nome di psicogeografia, credo. Mi incuriosiva anche il modo in cui il suono funzionasse in relazione alla psicogeografia. Contemporaneamente cominciai a viaggiare con la mia opera di film sound.

Lavoravo molto con la BBC Natural History Unit qui in Gran Bretagna e viaggiavo per il mondo, andavo in posti remoti, lavoravo con gli indigeni, pensavo a come fosse il loro mondo sonoro e ne ero affascinato. Capì che c’era un legame tra gli scritti di Lethbridge e la mia esperienza con le persone e i luoghi.

A quel punto cominciai a voler trovare un modo per interpretare tutte queste cose. In quel periodo iniziai a registrare dischi con Touch e il primo s’intitolava Sleeping Into The Dark: riguardava l’esperienza del suono e del luogo perché credo che siano due cose potenti…hanno influenzato il nostro modo di fare musica.

Sa, sono sicuro che tutta la musica che ha attraversato le nostre culture si sia evoluta dalle persone che la ascoltavano e che imitavano i suoni del mondo naturale. Per me questa cosa è sempre stata importante. È un riferimento del passato. Ora sono molto interessato al paesaggio e ai suoni del paesaggio, registrarli, lavorarli, infine presentarli.

Caterina Tomeo: Potrebbe descrivere le installazioni sonore site-specific che ha realizzato negli ultimi anni?

Chris Watson: Di recente ha iniziato a incuriosirmi il suono dei fondali, i suoni dell’acqua e degli oceani. Sa, crediamo che vivere a Newcastle e a Roma sia come vivere sul Pianeta Terra. Ed è ovvio che non è così. Viviamo sul Pianeta Oceano. Il settanta per cento del pianeta è occupato dai mari e dagli oceani e il suono è un mezzo molto denso nell’oceano. Il suono viaggia cinque volte più veloce attraverso l’acqua che attraverso l’aria. Mari e oceani sono diventati gli habitat più grandi sul pianeta. Sono i più densi di suono. Di tutto.

L’anno scorso ho realizzato un podcast per il quotidiano The Guardian e ho parlato con Chris Clark, un Professore della Cornell University, un bravissimo biologo marino. Mi ha spiegato che non hanno ancora scoperto un animale marino cieco. Nell’oceano ogni cosa vive in questo mondo sonoro o nelle vibrazioni del suono, quindi per gli ultimi dieci-quindici anni ho registrato i suoni sott’acqua con l’idrofono e poi ci ho lavorato.

{…}

Grazie alla BBC Natural History Unit sono stato al Polo sud e al Polo nord, dove ho registrato i suoni delle acque ghiacciate. È stata una vera e propria rivelazione. Poi mi hanno chiesto di registrare in giro per il mondo e infine ho lavorato con quel materiale e ho creato delle installazioni sott’acqua. Al momento ne sto facendo solo una: è un progetto piuttosto grande per le Nazioni Unite per l’anno prossimo, inizia la Decade degli Oceani. Una broaching company di Berlino mi ha chiesto di realizzare un’opera sonora sott’acqua su larga scala e presentarla all’inaugurazione della Decade degli Oceani, motivo per cui di recente sono stato in Messico per registrare il suono delle balene blu anche se ho fallito completamente. È stata una delle poche volte in cui sono stato in un posto ma non ho registrato nulla.

Il suono sott’acqua mi affascina e anche gli aspetti spaziali, lavoro con il mio amico Tony, il Professor Myatt. È lui che realizza il design spaziale per le mie installazioni. Io creo le composizioni e poi lavoriamo insieme per posizionarle nello spazio, che deve essere sempre su misura.
Questo processo di registrazione mi piace tanto. A dire la verità, mi piace la sensazione di isolamento. Perché quando ti metti le cuffie ci sei solo tu che ascolti il mondo in quel modo, sia in superficie sia sottoterra.

Mi piace quella sensazione di lavorare per conto mio, ma anche collaborare con Tony, con le altre persone, fare il mio lavoro in modo da poter mettere un pubblico dove c’erano i microfoni o gli idrofoni quando avevo fatto la registrazione originale. Quel processo mi piace molto. Mi diverte.

Caterina Tomeo: La interessa l’interazione con il pubblico?

Chris Watson: Credo che ognuno interagisca con l’installazione, ma lo fa internamente. Se intende dire che le persone prendono, schiacciano i pulsanti e fanno cose, non ho fatto granché. Quello che mi interessa è stimolare una reazione con le mie opere, ma spesso è una cosa piuttosto intima quindi le persone lo fanno dentro loro stesse perché buona parte delle mie opere… per esempio quella sull’oceano, Okeanos… reagiamo ad essa ma è una reazione fisica, è quello di cui parlavamo prima, è una vibrazione, quindi produce un effetto sulle persone.

Metto le persone in una stanza buia – ti devi trovare in un ambiente comodo dove però non c’è la distrazione della luce – quindi funziona meglio in uno spazio buio dove le persone possono riposarsi, sdraiarsi o sedersi da qualche parte… o a volte gironzolare per sperimentare gli aspetti spaziali. E si, credo che le persone hanno una reazione, ma è principalmente intima.

Caterina Tomeo: Ha deciso di condividere due tracce online scaricabili gratuitamente realizzate in collaborazione con un’Associazione per dare l’opportunità alle persone di viaggiare in posti lontani ascoltando suoni remoti. Di che cosa si tratta?

Chris Watson: Ho un amico poeta che si chiama Alec Finlay. È scozzese e vive a Edimburgo, poco distante da qui, e Alec non si può muovere. Ha iniziato a lavorare con un’associazione di beneficenza scozzese, la Paths For All, che aiuta le persone che non possono camminare, che non possono uscire di casa. Alec ha scritto delle poesie sulla natura e poi mi ha invitato per creare una soundtrack di una passeggiata, una cosa piuttosto impegnativa per quelle persone che non ne sono in grado.

Ho scelto due posti in Scozia: il Flow Country, che è la zona delle paludi e delle torbiere nelle Scottish Highlands, e la Caledonian Pine Forest, la grande foresta a Speyside, e ho creato i suoni per le passeggiate in modo che le persone che non possono uscire di casa – sia per il lockdown sia a causa delle condizioni fisiche – possano viaggiare altrove indossando delle cuffiette e ascoltando o scaricando la traccia.

Caterina Tomeo: Secondo lei qual è il futuro della sperimentazione sonora in campo artistico?

Chris Watson: È una domanda enorme. Posso rispondere solo dalla mia prospettiva perché ovviamente ha un futuro fantastico e vasto. Una volta che le persone saranno più libere e potranno uscire, penso che saranno abbastanza ansiose di andare a esplorare l’ambiente da cui sono state limitate. Dal mio punto di vista sono solo molto interessato a sviluppare questa idea del suono spaziale perché mi piace il suo realismo e il modo in cui posso presentare il mio lavoro in un modo che si rifà all’esperienza diretta dell’essere lì… la sua fisicità.

Recentemente ho fatto un paio di cose. L’anno scorso ho lavorato a un pezzo per l’Unsound Festival in Polonia e ho realizzato un’installazione chiamata Forest, che era un viaggio attraverso sei foreste diverse in sei continenti. Ma ho anche lavorato con un profumiere di Berlino, Geza Schön, che ha ideato i profumi per questa specifica foresta. È stata un’idea davvero interessante che combinava suono e profumo. Quindi mi piacciono quegli esperimenti con diversi mezzi in questo senso.

Ho lavorato con Jo Burzynska, che è una delle più note critiche enologiche neozelandesi, ed è anche una sound artist – una donna davvero interessante – e fa queste serate “vino e suono” dove le persone assaggiano il vino mentre ascoltano suoni diversi e penso che questo tipo di combinazione di aree sia qualcosa che mi interessa molto. Per me è un nuovo settore da esplorare.

Caterina Tomeo: Quale sarà la sua prossima avventura/esperienza sonora?

Chris Watson: Tra quasi due ore.

{…}

Sono abbastanza felice di non andare all’estero per un po’ di tempo. Penso di aver viaggiato troppo. Quando sono in Europa cerco sempre di usare i treni. Il mio prossimo viaggio è tra circa due ore perché andrò nel mio bosco di querce preferito nel Northumberland, un antico – millenario – bosco di querce, dove spero non ci sia nessuno. Ci vado con mia moglie, Maggie, e passeremo la giornata ad ascoltare i suoni.

Ho un altro progetto per la Penguin Books, la casa editrice. Nel corso dell’anno pubblicheranno una serie di poesie. Mi hanno chiesto di creare dei paesaggi sonori da abbinare alle poesie e questo è il motivo per cui starò fuori nelle prossime due ore.