Dall’essere venduto come merce all’essere usato per vendere merci, lo sfruttamento del corpo nero è stato la colonna portante della creazione della civiltà occidentale. Nonostante questo sfruttamento sia dolorosamente ovvio in alcuni casi – ad esempio nel commercio transatlantico degli schiavi – in altri casi è meno evidente e ben mascherato con il pretesto dell’ammirazione, una sorta di ammirazione perversa di cui parlerò più approfonditamente in seguito.

In questo saggio, tratterò due casi in cui questa mercificazione è notevolmente visibile. In accompagnamento alla mia analisi, farò riferimento a tre testi teorici: “Dancing dangerously: colonizing the exotic at the Bal Nègre in the inter-war years” di Brett A. Berliner, l’articolo di Stephen Frosh “Psychoanalysis, colonialism, racism”, oltre a “Black Pete, ‘Smug Ignorance,’ and the Value of the Black Body in Postcolonial Netherlands” di Yvon van der Pijl e Karina Goulordava. Innanzitutto, mi focalizzerò sul bal nègre nella Parigi degli anni Venti, per poi procedere con un tema contemporaneo più urgente, ossia Zwarte Piet (Pietro il moro) ad Amsterdam, per rispondere alla domanda su come il corpo nero oggi sia ancora soggetto allo stesso tipo di appropriazione indebita di un secolo fa.

Per iniziare, dobbiamo tornare alla Parigi degli anni Venti, l’era nota anche come les années folles (gli anni folli). La città si stava ricostruendo dopo la Prima guerra mondiale e così gli animi delle persone. L’euforia del dopoguerra regnava sovrana nelle strade e nei locali musicali di Parigi. Una delle fonti principali di intrattenimento era il bal nègre, un evento in cui le persone provenienti dalle Antille e dai caraibi francesi si incontravano per socializzare, cantare e ballare. Il bal nègre più famoso fu il “La Revue Nègre”, che ebbe luogo nel 1925 e consisteva in concerti jazz dal vivo di artisti neri e spettacoli di danza della famosa artista franco-americana Josephine Baker.

Josephine Baker in La Reve Nègre, 1925, via retro-vintage-photography.blogspot.com

Come spiegato da Brett A. Berliner, con il passare del tempo, il bal nègre crebbe in popolarità e iniziò ad attirare il pubblico bianco, in particolare l’élite artistica parigina, molto attratta dell’esotismo di questi eventi. Tuttavia, anche se l’attrazione di un pubblico bianco significava che bianchi e neri si divertivano insieme, non era necessariamente un processo di inclusione e accettazione della comunità nera nella società francese. Come afferma Berliner nel suo testo citato sopra, “[sulla] pista da ballo e nella loro immaginazione, i francesi ritrovavano un pezzo di Eden, un paradiso perduto. Anche se le loro fantasie erano diverse, al Bal nègre tutti partecipavano al mondo fantastico, ma era solo una fantasia, un carnevale notturno di artifici.

I rapporti tra le razze e le classi non cambiarono. Fuori dalle mura del bal, il nègre restava un oggetto per i bisogni e i desideri francesi: il rinnovamento, l’evasione, la scoperta della propria forza vitale, compresa quella sessuale, che definiva sempre più l’esotismo negli anni Venti (Berliner 64). La doppia natura di questa situazione è estremamente problematica: da un lato l’individuo bianco “si diverte” insieme all’individuo nero, ma dall’altro questo non accade che all’interno delle sale da ballo. Così, l’individuo nero diventa un’esperienza, uno spettacolo elettrizzante, un qualcosa di diverso che offre al pubblico bianco un momento di svago. Ancora una volta, uno spazio inizialmente dominato dalla comunità nera viene invaso dagli occidentali e, per citare le idee di Berliner, modificato secondo le fantasie (sessuali) dell’uomo bianco nei confronti dell’Altro proibito, privandolo della sua autenticità e del suo obiettivo originario. L’artista nero/a e la sua interazione con il pubblico bianco diventa così sinonimo di un’esperienza “seducente e pericolosa” (Berliner 65).

L’oggettificazione del soggetto nero corrisponde a ciò che Stephen Frosh definisce “sguardo coloniale” all’interno del suo articolo “Psychoanalysis, colonialism, racism” (Frosh 146). Frosh si serve degli scritti di Franz Fanon per applicare la teoria dello “stadio dello specchio” di Jacques Lacan al soggetto colonizzato. In breve, secondo Lacan, lo stadio dello specchio descrive il momento in cui il neonato riconosce sé stesso nel riflesso dello specchio, prendendo quindi coscienza della propria soggettività in quanto parte di un più ampio sistema di (inter)soggettività. Ad ogni modo, nel contesto dello sguardo coloniale, questo concetto funziona diversamente. Secondo le parole di Stephen Frosh, Fanon afferma che “[il] soggetto nero viene posizionato come un oggetto […] non in grado di appropriarsi della fantasia di una soggettività integrata. In sostanza, il soggetto nero è stato fissato da uno sguardo esterno” (Frosh 147).

Nel caso del bal nègre, lo “sguardo esterno” citato da Fanon e Frosh si manifesta nei panni dell’artista francese che frequenta il bal in quanto forma di escapismo: una pausa dalla sua realtà quotidiana per poter vivere in quella che, per lui, è una fantasia di una notte in cui può ammirare numeri degradanti e oggettificanti come quello di Josephine Baker, in cui l’artista balla col seno scoperto e indossando una gonna fatta di banane. Attraverso lo sguardo del pubblico bianco, il soggetto nero diventa uno spettacolo, l’oggetto di un’ammirazione perversa; da una parte, il soggetto bianco è attratto dall’artista nera perché gli permette di trasformare le sue fantasie sessuali in realtà, ma, dall’altra, la sua attrazione svanisce con il sorgere del sole.

Discutendo di rappresentazioni è importante, direi quasi cruciale, menzionare gli stereotipi. Fin da quando gli occidentali hanno iniziato a includere il soggetto nero all’interno delle arti visuali, la rappresentazione di quest’ultimo è stata spesso condizionata da idee stereotipate originate dallo sguardo coloniale già menzionato. A titolo di esempio, mi soffermerò sulla locandina dello spettacolo “Revue Nègre” di Paul Colin del 1925 (vedi fig.1), che mi porterà poi alla seconda parte del mio saggio, dove parlerò di Zwarte Piet e dell’attuale stereotipizzazione e mercificazione del soggetto nero (colonizzato). Nella locandina di Colin sono rappresentate tre persone (due uomini e una donna, Josephine Baker), tutti e tre neri e/o di razza mista, e il modo in cui sono disegnati è fortemente problematico, tanto da far rabbrividire chiunque lo guardi.

La prima volta che ho visto questa locandina è stata quattro anni fa in un libro di Art-déco sulle locandine che mi era stato regalato dalla mia professoressa di storia dell’arte del liceo, e già allora trovavo questo tipo di estetica molto problematico. Si potrebbe spezzare una lancia a favore della libertà artistica dell’autore. Tuttavia, guardando oltre, si nota come Paul Colin non sia stato l’unico a scegliere di rappresentare il corpo nero in maniera così stereotipata; grandi occhi luminosi e un ampio sorriso dai denti bianco perla circondato da gonfie labbra rosse erano gli elementi comuni a molte delle rappresentazioni occidentali del corpo nero. Sarebbe ingenuo presumere che questo problema appartenga al passato e non abbia alcuna rilevanza al giorno d’oggi. Poco meno di un secolo più tardi e a soli 500 km di distanza, sebbene sotto mentite spoglie (letteralmente), queste tematiche continuano ad alimentare il dibattito.

La controversia su Zwarte Piet sembra inasprirsi ogni anno sempre di più aprendo un forte divario nella popolazione olandese: parte dei cittadini è cosciente della questione ed è giustamente in collera nei confronti della rappresentazione delle peculiarità del popolo nero, il resto insiste nel difendere la tradizione storica e culturale dei Paesi Bassi sostenendo che Zwarte Piet e le sue radici siano parte dell’identità nazionale. Non mi soffermerò a lungo su questa divergenza di opinioni ma credo sia importante menzionarla per poter comprendere le ragioni che ancora oggi pongono Zwarte Piet al centro della polemica nella società olandese. Se si confrontassero il manifesto di Colin, a cui si è precedentemente accennato, e una recente (2019) fotografia di un uomo travestito da Zwarte Piet (fig. 2), si potrebbe pensare che le due caricature siano contemporanee viste le somiglianze sorprendenti. In “Black Pete, ‘Smug Ignorance,’ and the Value of the Black Body in Postcolonial Netherlands”, van der Pijl e Goulordava spiegano che “per poter diventare Zwarte Piet (Pietro il moro), bisogna dipingere la pelle, mettere il rossetto sulle labbra e indossare una parrucca afro per completare il costume” (van der Pijl e Goulordava 285). È interessante notare che le caratteristiche fisiche che rendono riconoscibile Zwarte Piet sono le stesse caratteristiche che vengono estremizzate nel manifesto di Paul Colin e in altre rappresentazioni occidentali dell’uomo di colore.

Zwarte Piet on the motorcycle, 16 November 2019 by Gerard Stolk via Flickr

L’articolo di van der Pijl e Goulordava, sebbene relativo allo specifico caso di Zwarte Piet nei Paesi Bassi, può essere facilmente applicato alla questione della bal nègre di cui si è discusso nella prima sezione del saggio. I due autori ritengono che oltre alla mercificazione del corpo nero durante il periodo della schiavitù, questi “erano utilizzati anche come oggetti finalizzati al piacere e al divertimento”. Spiegano, inoltre, che attraverso questa mercificazione il corpo nero diventa uno strumento per ‘dare più sapore’ alla vita convenzionale dell’élite bianca, sia in senso letterale, attraverso l’importazione di spezie provenienti dal continente africano, sia in senso figurato, colmando le serate dell’élite bianca con fantasie dal carattere esotico e sessuale (van der Pijl e Goulordava 284). In entrambi i casi (la bal nègre e Zwarte Piet), fin da quando la sua presenza in questi contesti viene dettata dallo spettatore bianco, il corpo nero è ridotto a un mero stereotipo privo di qualunque contenuto e autonomia. Lo spazio che gli viene concesso, così come il suo ruolo e livello di indipendenza viene definito dal già menzionato “sguardo coloniale”.

Per concludere, anche se sono stati fatti alcuni progressi nel modo in cui il soggetto Nero è rappresentato – dall’Occidente e per l’Occidente – c’è ancora molta strada da fare. A mio parere, Zwarte Piet è il miglior esempio di travisamento di ciò che significa “essere nero”. È molto interessante che il modo in cui l’individuo nero è oggi stereotipato rimane molto vicino a come lo era cento anni fa. In aggiunta a ciò, il modo in cui Josephine Baker (e altri artisti di quel tempo) fu trasformata in qualcosa da ammirare, uno spettacolo non appena il pubblico bianco fu coinvolto, è inspiegabilmente simile a Zwarte Piet: le persone bianche che “diventano nere” per mezzo dell’appropriazione di certe caratteristiche fisiche (stereotipate), di un abbigliamento specifico e dell’esecuzione di un ruolo specifico – nel caso di Zwarte Piet questo è il ruolo dell’aiutante sciocco adorato a livello nazionale che rapisce i bambini che si comportano male (quindi, qualcuno che è allo stesso tempo divertente e implica un pericolo per il bambino olandese) -, attrae centinaia, anche migliaia di spettatori ogni anno.

Nonostante tutti i cambiamenti avvenuti negli ultimi cento anni, le questioni di appropriazione, rappresentazione e mercificazione del corpo nero sono ancora molto problematiche. Sì, la schiavitù è stata abolita molto tempo fa e sì, i Paesi Bassi possono essere visti come un paese molto liberale, tuttavia, l’identità nera è ancora sottoposta allo sguardo bianco ed è ancora, in un certo senso, dettata da vecchie dinamiche di potere coloniale – con casi in cui l’immagine di Zwarte Piet viene usata per vendere merci che beneficiano l’economia olandese.


Bibliografia:

Berliner, Brett A. “Dancing Dangerously: Colonizing the Exotic at the Bal Nègre in the Inter- War Years.” French Cultural Studies, vol. 12, no. 34, 2001, pp. 59, doi:10.1177/095715580101203404.

Colin, Paul. “La Revue Negre au Music-hall des Champs-Elysees”. 1925. L’Affiche Art déco. Alain Weil. Editions Hazan, Paris, 2013, pp. 176.

Frosh, Stephen. “Psychoanalysis, Colonialism, Racism.” Journal of Theoretical and Philosophical Psychology, vol. 33, no. 3, 2013, pp. 141-154, doi:10.1037/a0033398.

Lacan, Jacques. “The Mirror Stage as Formative of the Function of the I as Revealed in Psychoanalytic Experience”. The Norton Anthology of Theory and Criticism. Edited by Leitch et al. Norton & Company, 2018, pp. 1111-1117.

Stolk, Gerard. “Zwarte Piet op de brommer”. 16 November 2019. Flickr. https://www.flickr.com/photos/gerardstolk/49075112671/in/photolist-2hLAMfg-

Van der Pijl, Yvon, and Karina Goulordava. “Black Pete, “Smug Ignorance,” and the Value of the Black Body in Postcolonial Netherlands.” Nieuwe West-Indische Gids, vol. 88, no. 3- 4, 2014, pp. 262-291, doi:10.1163/22134360-08803062.