Reflection è una nuova “serie” di dialoghi con curatori, filosofi, artisti e professionisti del settore culturale sull’immagine considerata nel suo senso più ampio. Se pensiamo alla creazione delle immagini, la diffusione di queste e il loro rispecchiare la società, cogliamo il cuore pulsante dell’arte contemporanea. Per fare ciò, verranno utilizzate mostre, pubblicazioni ed eventi culturali come materiale per alimentare la discussione.

Per questo primo capitolo, ho incontrato Lesley Johnstone, curatrice e direttrice delle esposizioni e del settore formazione al Musée d’art contemporain de Montréal, nell’ambito della nuova personale Manifesto di Julian Rosefeldt in mostra fino al 20 gennaio 2019.

Abbiamo parlato dell’esperienza che lo spettatore fa attraverso le immagini, della loro evoluzione fino ad oggi e del loro contesto.

Pierre Chaumont: Quindi, giusto per far capire ai nostri lettori di cosa stiamo parlando, potresti dirci cos’è Manifesto?

Lesley Johnstone: È un lavoro di Julian Rosefeldt, un artista che vive a Berlino, Manifesto è un’opera che risale al 2015, alla quale ha cominciato a lavorare forse 2 o 3 anni prima di quell’anno. È venuta fuori da un incontro tra lui e l’attrice Cate Blanchett. Il lavoro in sé è un’installazione con 13 schermi, nella quale vi è un collage dei manifesti degli artisti, che vanno dal XX secolo, scritti da gruppi o da artisti dell’Avant-garde, l’ultimo che risale al 2004. Tutti i video durano 10 minuti e 30 secondi e vengono riprodotti allo stesso momento. In questi, vediamo Cate Blanchett interpretare diversi personaggi e il dialogo che ascoltiamo è la sua interpretazione di questi manifesti. Durante la creazione dell’opera, ha sempre pensato a Cate Blanchett come all’attrice principale del film.

Julian Rosefeldt ha esperienza nel campo dell’architettura e ha un interesse molto forte per la filmografia. I suoi primi lavori sono stati fotografici, ma sempre in un senso molto lato, molto cinematografici. Molto presto ha cambiato, cominciando a creare installazioni multischermo, davvero cinematografiche, narrative e che possiedono una solida conoscenza della storia del cinema. È stato girato a Berlino così che attraverso l’opera noi ci facciamo un’idea sulle varie storie di Berlino, sulle sue diverse architetture e sui diversi tessuti urbani. 

Pierre Chaumont: Mi pare sia stato girato in 10 giorni, giusto? 

Lesley Johnstone: In realtà 12 giorni, ha impersonato un ruolo al giorno.

 Pierre Chaumont: E come sei arrivata a collaborare con Julian Rosefeldt?

 Lesley Johnstone: È un artista che ho seguito per diversi anni, ho amato molti dei suoi lavori, anche se non gli avevo visti come installazioni. È successo tutto in una volta, per caso.

Manifesto ha fatto molto scalpore quando è uscito, ho sentito molto su quest’opera e non è stato poi così difficile, gli ho mandato una mail e lui mi ha risposto “ma certo”. Prima che venisse esposto qui, questo lavoro era stato solo a New York al Park Avenue Armory. Ha girato tutto il mondo, ma è stato pochissimo in America. Non è un artista molto conosciuto negli US, ma lo sarà adesso, la stessa opera sarà inaugurata domani a Los Angeles e all’ Hirshhorn di Washington. È un lavoro molto interessante, davvero bello e penso che chiunque sarebbe entusiasta quanto me ad esporlo.

Non dirige un grosso studio di registrazione, non ha 100 assistenti, ha solo una persona che ci lavora, per questo gli mandi una mail e ti risponde sì o no in un brevissimo lasso di tempo. È stato davvero semplice. Alcune volte ci vuole più tempo per artisti che sono impegnati tanto quanto lui.

 Pierre Chaumont: Ho notato anche che successivamente Julian Rosefeldt ha montato i 13 manifesti su un unico lungometraggio. Mi stavo chiedendo cosa abbia apportato di diverso, la giustapposizione di questi 13 manifesti, rispetto alla versione monocanale?

Lesley Johnstone: A dir la verità c’è molto altro materiale nell’installazione. L’idea iniziale era l’installazione video e a causa di criticità finanziarie si insisteva affinché Julian Rosefeldt facesse anche una versione a schermo unico affinché fosse adatta al viaggio, a modi diversi, ad economie diverse. Il punto di partenza è sempre stata l’installazione.

Il film è essenzialmente composto da tutte le clip presenti nell’installazione, dove però ci sono momenti di sincronismo che sono molto belli. Ci sono attimi in cui è solo una la voce che parla: questi momenti sono risonanti, l’osservatore sa che l’artista ha scelto questo particolare attimo, in cui gli altri schermi sono in silenzio, ciò porta a concentrare l’attenzione specificamente su quell’interpretazione.

Il film si sviluppa quasi cronologicamente, infatti prende le mosse dal manifesto di Marx e Engels. È quindi un’esperienza molto particolare, penso che sia nettamente più impegnativa come film che come installazione, perché in quest’ultima lo spettatore ha la possibilità di muoversi, di ascoltare e di essere attratto in diversi modi. Si è sempre consapevoli delle architetture, dei vari personaggi interpretati da Cate Blanchett e delle relazioni che Julian Rosefeldt instaura per loro.

Nell’installazione a un certo punto tutti e dodici i personaggi si fermano e guardano direttamente verso lo spettatore, in sincrono, ma nel film ciò non accade. Ci sono inoltre anche attimi in cui si osservano principalmente panoramiche basse dell’architettura o degli spazi. Questo tipo di gioco tra gli schermi non si trova nel film, che ha però molte altre qualità. È un film di successo, come lo è anche l’installazione.

Penso che si siano già visti artisti che realizzano in una serie di occasioni una versione multischermo e una versione a schermo singolo. Julian afferma di realizzare installazioni multischermo perché nel cinema hanno inventato solamente il cortometraggio e il lungometraggio. Le forme sono molto più limitate e lo spettatore è seduto su una poltrona, quindi non è immerso allo stesso modo.

Pierre Chaumont: Esatto, le relazioni che esistono tra le interpretazioni di Cate Blanchett e i manifesti sono decisamente più fisiche dello stile passivo cinematografico.

Lesley Johnstone: Julian Rosefeldt modella l’installazione in ciascun luogo in base all’ampiezza dello spazio e modifica la grandezza degli schermi. L’installazione è stata presentata in due stanze separate ma anche in spazi decisamente più ampi utilizzando schermi più grandi; l’opera varia da luogo a luogo.

Pierre Chaumont: Ho sentito Julian Rosefeldt parlare del suo lavoro, nello specifico di quanto contemporanei gli siano sembrati questi manifesti, sebbene alcuni di loro avessero cent’anni. Qual è il tuo punto di vista, in quanto curatore, sull’impatto di queste immagini sul pubblico e su una generazione più giovane di spettatori, artisti e lavoratori culturali? Come vedi tu questi “nuovi” manifesti?

Lesley Johnstone: Alcuni manifesti, di architettura o di film, li conoscevo meno di altri, ma molti dei manifesti li leggevamo quando eravamo più giovani durante le lezioni di storia dell’arte.

Penso che ci siano molte risposte a questa domanda. Una possibile risposta è che è incredibile quanto siano attuali. Ciò che affermano è ancora valido oggi, soprattutto per quanto riguarda la situazione mondiale, la democrazia, il globalismo e il capitalismo. Julian Rosefeldt inizia la sua opera con Marx ed Engels, ma ci sono anche Schwitters, Malevitch e Rodchenko, artisti che associamo con la rivoluzione, con l’avanguardia, diciamo con l’estrema sinistra. Molti di loro ora non ci sono più, ma anche oggi artisti come Sol Lewitt, Lars Van Trier o Herzog tendono a identificarsi come di sinistra o rivoluzionari ed è quindi interessante ascoltare quelle parole dette così tanto tempo fa che purtroppo in alcuni casi sono più che adatte per il mondo contemporaneo.

Il primo schermo parte con Marx ed Engels, mentre il secondo mostra una panoramica della landa industriale desolata di Berlino, che evoca un tempo nel mezzo tra le due guerre, o direttamente dopo la seconda guerra mondiale. È un dialogo sulla fragilità del mondo come lo conosciamo, di come questo stia arrivando al capolinea o di come ci sia già arrivato. Oggi lo sappiamo ancor più che nel 2015, con la tendenza a destra con Trump, con Brexit e con tutto ciò che sta avvenendo in Italia e in Brasile.

Attraverso le parole e l’interpretazione di Cate Blanchett, l’opera diventa molto contemporanea. Non c’è nulla di nostalgico, cinico o sarcastico. C’è un amore evidente per i testi, sia da parte di Cate Blanchett che di Julian. Ogni singolo collage creato dall’artista è stato fatto per la bellezza del suo linguaggio e per essere recitato. Un altro aspetto è quello di invogliare la gente a leggere, infatti si sentono questi collage e, guardando il pannello, si può scoprire da dove provengono le frasi, e forse in seguito si avrà il desiderio di leggere tutto il manifesto, o altri manifesti. Non si nasconde in alcun modo la provenienza delle parole, hanno tutte un riferimento. C’è un’etichetta che indica da dove vengono, quindi se si volesse rileggere Sol LeWitt, Claes Oldenburg o Shwitters, saranno facilmente individuabili. E questo è ribadito dai manifesti. Inoltre, per la prima volta in vent’anni ci sono molti manifesti nuovi, scritti da artisti. Credo ci sia un ritorno, nel 2018, che risuona nell’opera generando un altro strato di attualità.

Pierre Chaumont: Nel proporre questi manifesti aggiornati, inoltre, vengono introdotti nuovi significati nelle parole, come dicevi prima. Un esempio è la parola “tecnologia”; quel che significava per Marx e quel che indica per noi sono due cose completamente diverse, tuttavia rappresenta ancora un’idea chiara. Poi, credo che vedere Cate Blanchett che interpreta e incorpora queste parole renda l’opera ancora più significativa, ancora più vicina a noi.

Lesley Johnstone: Su certi manifesti, a volte c’è contrasto tra la scena, il testo, e i personaggi che interpreta, mentre in altri c’è un legame più stretto tra essi per cui non c’è un sistema fisso del metodo utilizzato.

Pierre Chaumont: Credo che sia il quinto manifesto quello dove Cate Blanchett dice “l’immagine è autoesplicativa” e mi chiedevo se anche tu pensi che oggi le immagini siano veramente così, nel senso che sono sempre più legate ai social media, senza scritte, o con scritte secondarie all’immagine stessa. Ci troviamo in un’era dove l’immagine è autoesplicativa?

Lesley Johnstone: Non credo che un’immagine sia autoesplicativa, siamo bombardati da immagini, e se qualcuno genera qualcosa basato su un’immagine, deve pensare anche al contesto, ovviamente.

Perché immettere altre immagini nel mondo? Anche gli artisti si stanno chiedendo “perché mettere altre cose al mondo, perché fare altre cose nel mondo?” e io credo che per ogni artista sia sempre una questione di “cosa me ne faccio?”. Se sei un artista che lavora con l’immagine, o soprattutto un artista che lavora con l’immagine in movimento, devi avere un senso molto forte di ciò che sta avvenendo nella nostra società, di come si utilizzano queste immagini e di come si relazionano al resto delle cose.

Credo anche che, dal punto di vista del curatore, un’opera come quella di Julian vada d’accordo con una mostra di pittura, di scultura o con una coreografia. Quando progettiamo queste opere, sappiamo che possono essere molto difficili per uno spettatore: avere sei opere in una stanza buia, doversi sedere e concentrarsi, è molto faticoso.

 Pierre Chaumont: Anche noi possiamo avere un preconcetto con certe immagini, per cui l’immagine non può essere autoesplicativa.

Lesley Johnstone: Sì, e penso spesso all’idea di interpretare le immagini. Ovviamente, la pubblicità è un complesso di immagini e così anche il selfie. Io stesso non sono tipo da Instagram o Facebook quindi … (Ride)

Pierre Chaumont: (Ride) Ma in Manifesto, dove c’è quel momento, ogni volta che Cate Blanchett assume quella specie di voce robotica e affronta in maniera diretta lo spettatore, siamo quasi vicini a un selfie. Ovviamente sappiamo che Julian è dietro la videocamera, ma quella vicinanza ed energia intrappolano lo spettatore per un certo momento. Non so cosa ne pensi, ma il potere di queste immagini è estremamente efficace.

Lesley Johnstone: Beh, è proprio quel momento in cui rompi la quarta parete, ovviamente, ma stai anche dicendo “questa è tutta una costruzione”. Perché c’è una sorta di iperrealismo nei filmati, nel modo in cui lei recita, vieni risucchiato in questi piccoli filmati che diventano quasi ultraterreni. Ne diventi parte e poi ogni 10 minuti ti ritrovi nello spazio in cui eri.

È anche interessante perché usa questa voce robotica ed è piuttosto ritmata, e senti una sequenza di voci che attraversano la stanza, ma ogni testo è diverso. Quindi è anche importante passare da un testo all’altro e ascoltare ciò che quel testo è, in quel momento. La prima volta che sono entrata, perché prima che fosse installato non avevo visto l’opera, avevo visto solo il film, non mi ero resa conto che in quel momento di sincronicità ogni testo era diverso. Pensavo che stessero dicendo le stesse parole. Sta dicendo “Okay, pensi di capire, ma stai veramente capendo?” Penso che sarebbe un lavoro molto diverso se non ci fosse questa parte. Tutti quelli con cui ho parlato, che avevano visto l’installazione, parlano sempre di quel momento, esattamente come te, come di un momento molto sorprendente.

Pierre Chaumont: Stavamo parlando del ritorno dei manifesti, e del lavoro di Julian Rosefeldt che opera in quella direzione, penso per esempio a Moreshin Allahyari con il suo Additive Manifesto. Mi chiedevo se avessi qualche idea del perché ci sia un ritorno ai manifesti proprio in questo momento? Perché pensi ci sia il desiderio di creare un testo che non sia una verità assoluta, ma piuttosto una “nuova” verità?

Lesley Johnstone: Un manifesto è un monito all’azione, e penso che ci siano parecchi in questo momento, Idle No More, Occupy e molte persone trovano modi diversi per indurre all’azione e un manifesto è così. Sul perché stia succedendo adesso, direi che è un modo relativamente immediato per avere voce.

È anche un modo, e abbiamo visto un numero di artisti indigeni in Canada che di recente hanno scritto manifesti, per esempio, riunendosi in gruppo e dire, semplicemente ” vogliamo il nostro spazio, per favore spostati e dacci uno spazio ” che è esattamente lo stesso tipo di impeto che sta accadendo nel nostro secolo, sul piano sociale. Penso che i media siano realmente controllati, ed è un modo per aggirarli e articolare un pensiero o un impulso o un desiderio o una rabbia o rivalsa, evitando di scatenare una rivoluzione. È per stabilire reti diverse.

Puoi scrivere un manifesto, puoi metterlo sul web e condividerlo con chi vuoi. In questo modo può raggiungere riviste, giornali, opuscoli, e penso che questo desiderio sia sempre esistito, e forse adesso è ancora più necessario; ecologia, economia, migrazione di persone, ci sono così tante tensioni nel mondo che penso sia un modo per affrontare queste questioni.

Pierre Chaumont: Per definire un’era e prendere una posizione.

Lesley Johnstone: Sì. E anche per dire “Sono furioso e ne ho abbastanza”, o alzarsi e dire “Stop, basta! Dobbiamo agire diversamente”. E penso che oggi questa sensazione sia molto diffusa, nel mondo occidentale, ma anche altrove. 


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