Reflection è una serie di discussioni sull’immagine nel suo senso più ampio con curatori, filosofi, artisti e operatori culturali. Pensando alla creazione di immagini, alla diffusione delle stesse e a come rispecchiano fedelmente la società, si sonda il polso dell’arte contemporanea. E lo si fa con mostre, pubblicazioni ed eventi culturali che fungono da materiale per avviare la discussione. Per questa edizione ho incontrato Domenico de Chirico, curatore indipendente, in occasione della sua ultima mostra Body alla L’inconnue Gallery di Montréal.

Domenico de Chirico è un curatore indipendente e art-editor che vive e lavora a Milano. Collabora regolarmente con numerose gallerie internazionali, artisti e riviste in tutto il mondo. Dal 2016 è stato nominato direttore artistico della fiera DAMA di Torino. Nel 2018 è anche stato visiting tutor alla Goldsmiths University di Londra. De Chirico definisce la sua ultima mostra, Body a L’inconnue, come “una mostra con l’obiettivo di focalizzarsi sull’esplorazione del corpo e delle sue rappresentazioni […] non solo come un insieme organico, ma anche nelle sue più pure componenti materialistiche, come una dissezione”.

Pierre Chaumont: A cosa ti sei ispirato per concettualizzare la mostra?

Domenico de Chirico: Stavo aspettando il tram a Milano e giocherellavo con un libro, passandomelo tra le mani dopo averlo letto e guardavo le persone che mi camminavano intorno. Il libro in questione è Jean-Luc Nancy, “Hegel. L’inquiétude du négatif” (Paris, Hachette, 1997). Questo sostanzialmente è il punto di partenza.

Pierre Chaumont: Ti hanno contattato per Body o lo hai proposto tu?

Domenico de Chirico: Ho fatto tutto da solo, come faccio sempre: decidere l’argomento e il titolo della mostra, buttare giù una breve descrizione dell’intero concetto per dare all’artista delle linee guida precise, scrivere una lista di artisti partecipanti, selezionando le opere più adatte alla mostra e la morfologia dello spazio espositivo in questione, buttare giù il testo ufficiale che accompagna la mostra e per ultimo raggiungere la galleria per installare. Inoltre, quando è richiesto e c’è la possibilità, mi occupo anche di tour con le persone. Questo è bene o male quello che faccio abitualmente anche se il processo di realizzazione dello spettacolo è un po’ diverso quando si parla di mostre individuali rispetto a piccole o grandi mostre collettive.

Pierre Chaumont: Ma veniamo all’immagine e vediamo di capire un po’: che relazione vedi tra immagini e corpo?

Domenico de Chirico: La riproduzione del corpo è volta a contemplarne idealmente la bellezza e tutte le immagini che ne conseguono.

Pierre Chaumont: Immagino che il quesito sia più a livello linguistico, ma tenendo in mente il lavoro di Alex Morrison in Plan for a model of a new work, mi stavo chiedendo se ritenessi gli artisti dei creatori di immagini o se a tuo parere apportano aggiunte a opere esistenti? Voglio dire, avendo un modello dipinto di un’opera, l’oggetto fisico non è necessario affinché l’osservatore comprenda, ma comunque allo stesso tempo, questa immagine è appendice dell’essenza di quell’opera.

Domenico de Chirico: Si tratta chiaramente di una questione soggettiva, per spingere a favore di una maggiore apertura. Questo passo presenta un lato oggettivo e uno soggettivo, ed è il motivo per cui abbiamo sempre una dicotomia tra queste due visioni (narrazioni). In questo caso, è importante avere un senso proprio della prospettiva secondo l’identità artistica ed è per questo che posso affermare con certezza che generalmente riguarda l’idea dell’aggiunta, quando l’opera artistica diventa l’aggiunta di sé, chiaramente evitando tagline e pedagogia.

Pierre Chaumont: Penso anche alla fase dello specchio di Lacan, dove il bambino, accettando l’immagine riflessa nello specchio come propria, acquisisce altresì la coscienza del proprio corpo. Se prendiamo in considerazione le opere di Hanna Hur e Dala Nasser, diresti che definiscono immagini? Scavando negli aspetti psicologici e nella materialità della pittura, queste due artiste non solo ci danno la loro auto-rappresentazione, ma offrono anche un luogo in cui gli spettatori possono rivedersi riflessi. Mi chiedo come tu abbia visto questo tipo di immagine.

 Domenico de Chirico: Sono d’accordo con te e amo la citazione che hai fatto che rispecchia perfettamente l’intero concetto della mostra. Ad ogni modo, cerco sempre di evitare sottotitoli perché voglio che tutto sia libero e fluttuante e che ognuno possa interpretare liberamente senza che io fornisca una chiave interpretativa univoca. La stimolazione cognitiva, l’auto-stimolazione e una vivida immaginazione sono essenziali affinché un progetto curatoriale abbia successo. A volte creare una mostra è come passare ore e ore a inventare storie e provare a sviluppare qualcosa di autentico, a volte anche di personale ispirandosi alle proprie esperienze. C’è sempre qualcosa nella vita quotidiana che mantiene accesa la nostra attenzione ed è soddisfacente quando si può usare per sviluppare qualcosa di diverso dando alle persone la visione che si ha su eventi specifici, situazioni, soggetti, libri, canzoni, ecc. E per rispondere alla domanda in maniera esaustiva, questo è il caso di Hanna Hur e Dala Nasser e di tutti gli altri.

Pierre Chaumont: In questa mostra affronti spesso la questione di rappresentazione e un certo dialogo con l’osservatore. Non riesco a smettere di pensare al confronto con la tecnologia e allo stesso tipo di relazione che si ha con le piattaforme social tra utente e produttore. Vedi delle differenze tra artista e creatore del contenuto nell’uso del corpo?

Domenico de Chirico: Assolutamente e mi trovi d’accordo. In questa fase si fa interessante perché si tratta puramente di una questione di fatti. A questo punto è importante sottolineare che in questa mostra ho identificato l’idea generale di “corpo” con la “cosa”. E, seguendo il metodo di pensiero greco, in questo caso “corpo” trova la spiegazione di tutto in “materia in movimento”.

Preferisco non rivelare troppo perché continuo a sperare che le persone leggano tra le righe nell’analizzare qualsiasi cosa gli capiti sottomano.


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