Nel 2018, incorporando il concetto di coscienza metaforica della Walt Disney Concert Hall, il media artist Refik Anadol ha attivato la costruzione progettata da Frank Gehry per “ricordare e sognare”, in collaborazione con la Los Angeles Philarmonic Orchestra in occasione del suo centesimo anniversario. Servendosi dell’intelligenza artificiale, usando gli spazi interni e le facciate esterne dell’auditorium come tele, Refik Anadol fabbrica un lavoro di dati, che lui chiama “data sculptures” (sculture di dati) o “data paintings” (dipinti di dati), composto da informazioni di ogni genere: dai sette milioni di dati della Nasa ai 54 terabyte di dati provenienti dagli archivi dell’orchestra. Reinventando in ogni progetto le funzioni e le forme, Anadol sperimenta con gli spazi pubblici, aggiungendo nuove sfaccettature all’esperienza urbana attraverso la memoria istituzionale e collettiva.

Un edificio può sognare? Come si fa a dimostrare che il nostro cervello è in grado di rievocare dei ricordi? Come le tecnologie possono davvero cambiare la nostra concezione dello spazio? Sulla fusione tra tecnologie, arti audiovisive e architettura, Anadol continua a porsi nuove domande, esplorando le possibilità che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale offre sulla digitalizzazione della memoria istituzionale e i possibili usi in altri settori, dalla sanità alla storia dell’arte.

Scavando nella sua vasta ricerca sulla memoria e i suoi progetti site-specific di arte pubblica, abbiamo parlato con Refik Anadol dei suoi progetti attinenti la sfera pubblica e personale, a cominciare da Infinity Room fino ad arrivare ai più recenti come WDCH Dreams. Sviluppando progetti da artista abituale del programma Google’s Artists and Machine intelligence dal 2016, Refik Anadol ci racconta che il progetto del WDCH Dreams è iniziato come argomento della sua tesi per il master in Belle Arti e Digital Media della University of California. Attualmente lettore e ricercatore esterno, Anadol ha ottenuto un master del dipartimento di Design delle Arti Audiovisive della UCLA e un master in Belle Arti e Design della Comunicazione Audiovisiva della Bilgi University a Istanbul.

Refik Anadol ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi. Il suo repertorio di performance audiovisive site-specific e istallazioni artistiche sono state esposte alla Walt Disney Concert Hall (USA), al SALT Galata (Turchia), al ARS Elettronica (Australia), International Digital Arts Biennial Montreal (Canada), l’Usine | Genève (Svizzera), Arc De Triomf (Spagna), Zollverein | SANAA’s School of Design Building (Germania), santralistanbul Contemporary Art Center (Turchia), Outdoor Vision Festival SantaFe New Mexico (USA), Istanbul Design Biennial (Turchia), Sydney City Art (Australia), Lichtrouten (Germania), Sven-Harrys Museum (Svezia).

Yonca Keremoglu: Tenendo conto del processo alla creazione di Infinity Room (2015), qual è stata la svolta più significativa nei suoi progetti da allora?

Refik Anadol: Quando ci penso, Infinity Room scaturisce da una memoria infantile. Da bambino sognavo spesso di trasformare gli spazi. Anche se giocavo con i soldatini e le macchinine come alternativa, ho fatto cose strane con gli elementi spaziali della casa, come creare un posto nella soffitta della nostra casa o riprogettare la finestra della stanza. In realtà, mia madre aveva pensato di portarmi dallo psicologo per i miei interessi diversi dai metodi convenzionali di giocare. Ho sempre sognato di cambiare e trasformare gli spazi e Infinity Room fu in realità il prodotto di quei sogni. È stato un progetto che ho iniziato chiedendomi: “Una stanza – Il più elementare di tutti gli spazi; quattro mura, un tetto e un pavimento – che storia potrebbe raccontare?”

L’idea del progetto mi è venuta nel 2012 durante il mio secondo Master alla UCLA. Stavo seguendo una lezione veramente stimolante della leggendaria professoressa Jennifer Steinkamp, durante la quale pose domande brillanti. Poter riflettere con lei mi ha aiutato molto a trovare altri modi per trasformare i miei sogni in progetti e creare sequenze perfette. A quei tempi, da studente, non potevo realizzare un progetto così grande. Anche se Infinity Room è solo una stanza, è ancora un luogo che necessita di costruzione, quattro proiezioni, disegni complessi e ingegneria. Sono riuscito a realizzare il progetto solo nel 2015. Fu presentato inizialmente a Istanbul. Successivamente si è trasformato in un progetto planetario con quasi due milioni di visitatori in 29 città ed è stato in ogni continente del mondo. È qualcosa da non credere. La bellezza sta nella possibilità che un’idea possa raggiungere così tante persone, qualsiasi sia il loro background o la loro età. Nessuno dei miei progetti successivi ha coinvolto così tante persone.

Poter creare progetti in loco, e in particolare utilizzando spazi pubblici, mi ha decisamente cambiato la vita. La ragione principale per cui mi sono trasferito a Los Angeles, passando a un nuovo sistema educativo, fu la possibilità di creare progetti negli spazi pubblici. Non sono mai stato attratto dalle mostre, dai musei o dalle gallerie. All’epoca avevo il pregiudizio del metodo “Andiamo a vedere un po’ d’arte”. Che interesse c’è se sai già cosa andrai a vedere? Lo stesso si può dire di ciò che faccio: se so già il risultato di quello che sto creando, senza l’effetto sorpresa, non lo faccio più. Così, ho gravato verso l’arte pubblica. Inevitabilmente, l’arte deve avere qualcosa a che vedere con il luogo che la circonda, quindi ho cominciato a “localizzare” le mie opere. Oggi progetto istallazioni per luoghi pubblici di città come Londra, Dubai, Seoul, New York, Boston, Istanbul, Los Angeles e San Francisco. Posso dire quindi che ciò che è cambiato significativamente è l’idea stessa e il fatto che sia più “localizzata”.

Yonca Keremoglu: Lo spettro di luoghi nei quali sono state esposte le sue opere è molto ampio. Ha creato numerose opere sperimentando diversi scenari tra cui luoghi pubblici, festival, edifici, gallerie, musei. Quale di questi la ispira maggiormente?

Refik Anadol: Gli spazi pubblici hanno un significato importante per me. Uno spazio pubblico non ha porte, né soffitti, né pavimenti. Non c’è inizio e non c’è fine. È un’idea aperta a tutti in qualsiasi momento. Si deve cercare di dare vita a un’idea che sia capace di essere indipendente da ogni circostanza ma, allo stesso tempo, essere cosciente di ciò che la circonda, un’idea che spinga la gente a porsi delle domande e a interagire. Penso sia una delle più grandi sfide in cui un artista possa imbattersi. Se non c’è sfida, l’artista non ha possibilità di crescere. Quindi posso dire di essermici buttato di proposito. Dall’altro lato i tradizionali mezzi di comunicazione; una statua di bronzo, un dipinto, un pezzo di metallo o un concetto sono più compatibili con la natura. Una statua di bronzo può resistere 200 anni senza alcuna ristrutturazione. Quando però si comincia a fare arte con la tecnologia, la longevità – di fondamentale importanza – comincia a emergere.

Tra i risultati della tecnologia che è iniziata nel XXI secolo, ci sono i dispositivi high-tech che destano preoccupazioni vitali. Sì, possiamo dire grandi cose ma allo stesso tempo siamo consapevoli che questi schermi LED dureranno solo 20 anni. Dove saranno tra duemila anni? Tra duemila anni, l’umanità esaminerà quegli schermi neri quando faranno riferimento all’epoca in cui oggi viviamo? Li dissotterreranno? Di cosa parlavamo gli uni con gli altri? Queste sono tutte domande importanti dal punto di vista antropologico e archeologico.

Yonca Keremoglu: La mostra Melting memories (2017) è stata una gallery experience. Come si è evoluto il processo di ricerca? Quale tipo di domande sulla memoria hanno dato il via al progetto?

Refik Anadol: Come tutti noi, amo ricordare e parlare dei miei ricordi. Il concetto di tempo è strettamente collegato alla memoria. Siamo tutti consapevoli che il concetto di tempo ha una forte correlazione con la memoria. Sono sempre stato ossessionato dalla memoria, dal ricordo e dal life logging. Anche i dati sono una forma di memoria. Anche i like, i post, i commenti, le macchine che usiamo e il GPSa. Curiosamente, il concetto di memoria nel 21esimo secolo non si riduce solo al sistema cognitivo e neurologico umano. Ci troviamo in un contesto in cui interagiamo con le macchine. Ho trovato questo argomento interessante e, con l’aiuto dell’eccezionale professore e neuroscienziato Adam Gazzaley, abbiamo incominciato a lavorarci su. Lui è a capo del laboratorio chiamato Neuroescape alla UCSF. Conduce un progetto chiamato “glass-brain”, che ha come scopo rendere l’invisibile visibile attraverso l’utilizzo dei dati. La sua ricerca riguardava le attività cerebrali di una persona in stato multisensoriale e il comportamento dei neuroni durante questo processo. Il suo scopo era quello di creare un gioco che potesse sconfiggere la depressione, e trasformare questo gioco in una medicina. Era un’idea brillante. Dato che avevo interessi simili e lo stesso desiderio ed entusiasmo di decifrare l’algoritmo utilizzando i dati, quando gli scrissi per la prima volta ero molto emozionato. Lui ha accettò di aiutarmi con piacere e si creò una fantastica sinergia. Grazie ai neurologi e agli scienziati presenti nel laboratorio, abbiamo iniziato a cercare risposte a domande di questo tipo: “come può essere usato un sensore cerebrale?”, “come devono essere trattati i Big Data?” “come possono essere letti i dati trasmessi dal cervello?” e “cosa si può fare con i dati di lettura?”. Avendo frequentato la University of California, sia come alunno che come ricercatore, ho avuto l’occasione di accedere a una grande quantità di data set e di lavorare con un campione mentre portavo avanti la ricerca. Questi data set contenevano ampie ricerche sul cervello e la memoria condivise da gruppi che mi hanno velocizzato il lavoro. Non posso dire molti dei nomi di chi lavorava con John Does. Invece di preoccuparci di quale memoria appartiene a chi, abbiamo separato l’ego dai dati e l’abbiamo ricercato nei segnali energetici che sono la rappresentazione del momento di reminiscenza. Come risultato, ho trasformato questi risultati in sculture. Per quanto riguarda la mostra del progetto, non ero così sicuro che lo spazio pubblico fosse il luogo adatto per un’idea intima come questa. Ho pensato che sarebbe stato meglio compreso e controllato se collocato in uno spazio espositivo piuttosto che in uno spazio pubblico. Inoltre la Pilevneli Gallery e Murat Pilevnevi occupano un posto speciale nella mia vita.

Nel 2012, prima di trasferirmi a L.A., Murat Pilevneli mi ha gentilmente proposto di organizzare insieme una mostra nel suo spazio espositivo di allora, il Pilevneli Project. È stata una proposta valida in quanto mi è servito da checkpoint per i progressi fatti negli ultimi sei anni. Mi piace molto il nuovo spazio. Le data sculpture hanno assunto il loro significato completo riunendosi dopo sei anni con il nuovo spazio della Pilevneli Gallery, alla mostra Melting Memories. Il mio sogno era quello di localizzare le opere in modo che potessero diventare parte dell’architettura e trasformarsi in un muro mediatico, sfruttando l’altezza del divario perfetto al secondo piano della galleria – uno spazio che nasce con grande cura del design da parte di Emre Arolat.

È stata un’esperienza grandiosa. Era la mia prima mostra dopo anni, quindi doveva essere significativa e ispiratrice. Il fatto interessante è come si sia trasformata in una reazione pubblica. Non so come sia successo. Non era un esperimento di ingegneria ma un prodotto artistico. Il fatto che sia arrivato a quasi 40 mila persone e che l’esperienza abbia avuto una durata media di più di 52 minuti a testa ha fatto capire che non si è trattato solo di un amore formalista, che mi avrebbe infastidito se guardato con occhio superficiale come quello dei social network dove le persone sono affascinate dalla bellezza del formalismo, ma si è trasformato in una reazione. Certo, il fatto che l’arte mediatica fosse intrappolata in una piccola bolla a Istanbul e che questa opera fosse unica nel suo genere ha avuto esito positivo in questo grande interesse. È stata una mostra che ho vissuto molto positivamente. Melting Memories fa rivivere i miei ricordi in modi diversi.

Yonca Keremoglu: In Melting Memories erano presenti sia le data sculpture che i data painting. Essendo entrambi caratterizzati da un atto performativo, è dalla dimensione dell’opera che distinguiamo i data painting dalle data sculpture?

Refik Anadol: Quando un’opera è collegata all’architettura, la chiamo “data sculpture”. A causa delle dimensioni e della relazione con la parete che crea lo spazio, va al di là di quello che noi chiamiamo quadro, con bordi e cornice. Io penso, per quanto riguarda la nostra percezione spaziale, che una parete digitale di cinque o sei metri possa essere considerata una scultura. Le opere pittoriche erano quelle sugli schermi digitali da 65’’. In termini di dimensioni erano più accessibili. Mi considero la prima persona ad aver usato parola “data painting” nel 2016 dal momento che non abbiamo trovato nessun altro che usasse o speculasse su questa parola. I dati sono una materia talmente liquida e viva che non pensavo fosse corretto affrontarli associandoli ai pigmenti. In queste opere, il pigmento è quella che viene considerata un’esperienza quantificabile, che allo stesso tempo ha i suoi interessi, come un dipinto. Sembrava più appropriato usare un nome ibrido.

Yonca Keremoglu: Si definisce un “data artist”?

Refik Anadol: Sì, oggi mi chiamano anche “AI Artist” per le mie opere con intelligenza artificiale o “Data Sculptor”. Penso che entrambe le definizioni siano limitanti, è per questo che preferisco il termine “media artist”, perché suona più completo e significativo. Collego le mie opere al cinema, per la loro somiglianza. Costruisco relazioni con il mio team in modo simile a come fa un regista quando crea un film. Per ogni progetto che ho realizzato fin ora, mi sono occupato io stesso dell’organizzazione, della ricerca e del reperimento dei dati. Ovviamente, lavorando con grandi istituzioni quali la NASA, Google Arts & Culture, le fonti di dati sono diventate più definite. Ad esempio, lavorare con la NASA è stata una delle collaborazioni più interessanti, in cui i dati su Marte arrivavano tramite GPI (Gemini Planet Imager).

Yonca Keremoglu: Archive Dreaming, è nato in collaborazione con Google Arts & Culture Residency e poi è stato esposto al SALT Galata. Come è stato avviato il progetto?

Refik Anadol: Dopo l’apertura del nostro studio nel 2015, ho esposto Virtual Depictions: San Francisco (2015), la mia prima opera in uno spazio pubblico, che ha attirato l’attenzione della Silicon Valley. A quel punto il termine “data sculpture” e la sua spazializzazione hanno iniziato a diffondersi. Proprio in quel momento, gli esperti di intelligenza artificiale che avevano effettuato molte ricerche, mi hanno mandato moltissime e-mail, creando interesse verso l’argomento. Tra questi, Google ha organizzato un evento a San Francisco nel 2016. Si trattava dell’asta della prima opera d’arte prodotta dall’intelligenza artificiale. Mi hanno invitato all’evento come data artist e mi hanno presentato come futuro collaboratore nel campo. È stata una grandissima opportunità. Poi ho iniziato a lavorare come artista residente al Google Artist & Machine Intelligence Program; una rete in cui Google ha riunito artisti e intelligenza artificiale, abbinando un artista a un ingegnere per risolvere qualunque problema potesse presentarsi. Venendo da Istanbul, ho iniziato a chiedermi cosa potessi fare nella mia città. Proprio in quel momento, il direttore del SALT Research, Vasıf Kortun, mi ha invitato per discutere un’eventuale collaborazione per gli imminenti progetti di mostre sull’archiviazione. Volevo accogliere l’opportunità di Google per un progetto come questo. Si può prevedere la biblioteca del futuro insieme? Si può rappresentare la biblioteca del futuro? Ho offerto questa idea a Google ed è nato un meraviglioso progetto di sei mesi. Per quanto ne so, è stato il primo progetto in uno spazio pubblico sull’intelligenza artificiale. È stato una novità nel campo dell’arte per quanto riguarda l’algoritmo che è stato utilizzato. Con il sostegno del SALT Research e di Google si è rivelata una bellissima esperienza che mi ha cambiato la vita. Sono passati tre anni da quando ho iniziato a lavorare come artista a Google Artist and Machine Intelligence Residency. WDCH Dreams (2018) è stata la continuazione dello stesso team. I sogni di un archivio hanno cambiato dimensione, portandoci a raffigurare i sogni di un edificio, questa volta usando gli archivi della Walt Disney Concert Hall.

Yonca Keremoglu: Come vede gli archivi del futuro nel processo di digitalizzazione?

Refik Anadol: I dati fisici come i libri, registri, documenti hanno una certa perfezione. Questo mondo esiste fin dal principio e noi abbiamo accettato la sua perfezione per migliaia di anni. Dall’altro lato abbiamo il potere dell’intelligenza artificiale; trasformare i dati in conoscenza e la conoscenza in sapere – un potere che potrebbe cambiare la relazione tra questi tre elementi. Cosa succederebbe se potessimo cambiare il modo in cui guardiamo i dati e li organizziamo? E se cercassimo di vedere ciò che non si vede? Come capiamo cosa si trova all’interno quando andiamo in una biblioteca? È questo che digitiamo in una noiosa barra di ricerca? Non ho mai avuto quella sensazione di insieme da nessuna parte. I risultati possibili quando applichiamo l’intelligenza artificiale ai big data, per riuscire a trarne un significato, addentrarci in essi e vedere le differenze. Io ho avuto un problema personale su questo argomento. Una volta che un libro o un archivio viene digitalizzato con l’intelligenza artificiale, penso che sia un’idea rivoluzionaria il poter mostrare le relazioni tra la somma delle sue parti e l’insieme, l’archivio. Dovremmo iniziare a pensare a come vivremmo senza una barra di ricerca nel prossimo futuro. Ci siamo abituati tutti a Google Search, forse in futuro inventeranno un’interfaccia neurale così non avremo più bisogno di un motore di ricerca. Tuttavia, c’è sempre un passo da fare per raggiungere quel mondo.     Penso che il passo sia questo. I risultati possibili quando applicheremo l’IA a grosse quantità di dati, riuscire a ricavarne qualcosa di significativo, entrarci e vederne le differenze. Tutto ciò diventerebbe possibile solo grazie all’IA. Volerla fare finita con questa “corporealtà” non è audacia, al contrario, si tratta di uno sforzo per leggere i dati in maniera più efficiente. È un percorso importante per l’umanità.

Yonca Keremoglu: Vede i suoi progetti interconnessi l’uno con l’altro, che si alimentino a vicenda? WDCH Dreams era una sorta di sequel di Archive Dreaming? Quali sono state le sfide maggiori di questo progetto?

Refik Anadol: Si tratta di reinventare me stesso. Traggo sempre ispirazione da progetti precedenti ma è importante riuscire a dire qualcosa di nuovo. Prima di tutto, Frank Gehry è il mio eroe. Il modo in cui esprime e trasforma l’architettura è qualcosa di totalmente fuori dal mondo. L’importanza e il significato dell’architettura sono sempre stati fondamentali per me, fin da quando ho cominciato a lavorare con la fotografia architettonica. Quando mi sono trasferito a Los Angeles, la prima costruzione che mi sono trovato davanti è stata la Walt Disney Concert Hall, la casa della L.A. Philarmonic Orchestra. Essendo arrivato a L.A. alle 2:15 del mattino, tutto ciò che vidi fu una strana sagoma scura, senza luci, invece della luminosa e splendente Walt Disney Concert Hall. L’edificio appariva incredibilmente solitario e isolato. Non l’avrei mai detto. Ricordo di averlo osservato e di averlo percepito come un’entità capace di produrre suoni, pensare e imparare autonomamente.

Ispirato da quest’idea, ho pensato che potesse essere il mio caso di studio e quindi abbiamo cominciato a lavorarci. Il team con cui ho condotto alcune ricerche a Istanbul era piccolo. Mi ricordo quando ho dovuto salutarli, sapendo che stavo andando verso un mondo completamente nuovo, a L.A. Per proseguire nel mio progetto, la prima cosa che ho fatto è stata inviare una mail a Frank Gehry e poi alla L.A. Philarmonic Orchestra. Ovviamente, nessuno dei due era solito rispondere. Non a uno studente, perlomeno. Tutti a scuola, compresi i professori, erano convinti che non mi sarei mai potuto avvicinare facilmente alla WDCH, dal momento che si tratta di uno degli edifici più importanti del mondo, e continuavano a chiedermi se fossi sicuro di voler continuare con questo progetto. Io ero determinato a farlo e amavo il fatto che, a quanto pareva, stavo puntando molto in alto. Intanto, nel 2013, la Microsoft Research decise di portare dieci studenti di college della Ivy League a Seattle per premiare il miglior progetto basato sul design e sulla tecnologia. Io fui invitato per la prima volta come artista, e all’epoca non lo sapevo. Salii sul palco e parlai del mio progetto per otto minuti. Può un edificio sognare? Può un edificio vivere? Può imparare da sé stesso? Presentai le domande che diedero vita al progetto.


Come ricompensa, ottenni un premio prezioso sia dal punto di vista materiale che da quello morale. Quando ritornai a scuola con quel premio, mi trasformai da Refik lo studente a Refik il ricercatore. Anche i soldi cambiarono le cose. E, cosa più importante di tutte, Frank Gehry mi rispose. Addirittura, anche la L.A. Philarmonic Orchestra rispose. Volevano trasformare quest’idea in realtà, non solo perché ero io ad averla avuta, ma anche perché serviva anche a loro. E serviva per il 100° anniversario della L.A. Philarmonic Orchestra. Volevo celebrarlo in modo tale che non fosse semplicemente l’ennesimo spettacolo pirotecnico, bensì la celebrazione mirata e d’impatto di un 100° anniversario che fosse d’esempio per i cento anni a venire, pur, nel mentre, onorando i cento appena trascorsi. Grazie alle risposte di Frank Gehry e della L.A. Philarmonic Orchestra, la sfida continuò e il progetto iniziò a prendere forma.

Il fatto che Google mi stesse supportando nel corso di tutto il progetto rappresentava un vantaggio preziosissimo. Stiamo parlando di un archivio di registrazione che copre 17 anni e offre quasi settantamila registrazioni audio, ogni pezzo eseguito dalla L.A. Philarmonic Orchestra. Tutti i pezzi di Mahler, Beethoven, Stravinsky, tutte le fotografie scattate all’edificio negli ultimi 15 anni, i video registrati nel corso degli ultimi 75 anni, e tanto altro. Ho dovuto creare una storia partendo da tutto ciò. E l’edificio doveva fungere da tela. Ho diviso il progetto in tre parti; i ricordi, la coscienza e il sogno. Nel primo capitolo, quello dei ricordi, l’edificio si apre da solo, una notte, e le informazioni iniziano a caricarsi. C’è un software all’interno che ha deciso di prendere vita da sé. Capiamo che questi dati iniziano improvvisamente a espandersi sulla facciata. L’edificio è in cerca di qualcosa, ma non sappiamo cosa. In quel momento, sentiamo cosa c’è nella cartella. Possiamo solo vedere i dati dei primi concerti, registrazioni vocali, dati grezzi senza interferenze.

Il secondo capitolo è quello della coscienza. C’è un momento in cui l’IA cerca di capire il rapporto tra i vari dati e, all’improvviso, questi si raggruppano e iniziano a specializzarsi. L’edificio inizia a interagire con la facciata, a ricordare circa tre o quattro performance dei direttori musicali del nostro tempo e a fare sogni su di loro. Uno di questi è il conduttore della L.A. Philarmonic Orchestra, Gustavo Dudamel.

E l’ultima parte è quella del Sogno. Finalmente, l’edificio comincia sognare, a creare luoghi surreali tramite i dati esistenti. Una notte, scarica tutte le immagini che lo riguardano, ricorda la prima volta che Frank Gehry lo ha disegnato, mentre navigava. Infine, capiamo che abbiamo guardato ciò che l’edificio aveva sperimentato mentre cercava di giungere a un ricordo. Abbiamo osservato un edificio far riaffiorare il ricordo della performance di Gustavo Dudamel, mentre suonava la Sinfonia N. 1 di Mahler, che è stata una delle prime performance della WDCH. Era una performance di 15 minuti, che è stata trasmessa per 6 giorni, e abbiamo raggiunto un pubblico notevole. Alla fine, ho capito che Los Angeles era la mia seconda casa. È una città proprio bizzarra, davvero. Si parlano 92 lingue diverse. È una città multietnica, eppure essendo una grande città ognuno è disconnesso dall’altro. Una città con poca casualità. Ecco perché creare un qualcosa che unisce le persone crea una grande sinergia. Per questo motivo è stato fatto in uno spazio pubblico. È gratis e aperto a tutti. È stata un’esperienza straordinaria vedere un edificio così famoso evolvere ed essere osservato da migliaia di persone.

Le sfide maggiori sono state occuparsi dei dati e dell’edificio. Nessuna delle superfici dell’edificio sono parallele l’una con l’altra. Ho usato 42 proiettori e sono state le proiezioni più luminose al mondo. È stato un progetto complicato sotto ogni punto di vista. La seconda sfida, sicuramente, sono stati i dati. Dati da 45 TB, con 100 anni di storia. Ho sentito il pesante fardello creato da questa responsabilità, e quella era una sfida di un altro livello.

Yonca Keremoglu: Ci sono progetti in arrivo riguardo l’uso di tecnologie AR/VR per il settore della salute?

Refik Anadol: Stiamo conducendo tre studi al momento. Con la UCSF (San Francisco), la UCLA (Los Angeles) e UC Berkeley. Al momento, stiamo ufficialmente facendo ricerche scientifiche. Riguardano le emozioni e i ricordi. Cerchiamo di comprendere entrambi gli aspetti. L’intelligenza artificiale è il metodo più veloce per fare qualcosa con i big data. I prossimi due anni saranno molto entusiasmanti. Nuovi progetti sono in arrivo.

Yonca Keremoglu: Recentemente mi sono imbattuta nei suoi post su Instagram: memorie fotografiche architettoniche preparate con l’algoritmo GAN per creare illusioni artificiali; alcune sono addestrate su un data set ibrido dell’era dell’architettura Gotica e Rinascimentale. In quali modi pensa che l’intelligenza di una macchina possa essere applicata alla storia dell’arte? Può fingersi un artista deceduto e continuare a produrre nuove opere?

Refik Anadol: In realtà è la reincarnazione della memoria, che in qualche modo, riesce a essere in grado di riportare in vita. Non posso dire di no, ma sono ben consapevole che siamo ben lontani dal dire sì. Per ora, tutto ciò che abbiamo sono memorie fotografiche che produciamo e condividiamo collettivamente come esseri umani. In agosto, la mostra the Machine Hallucinations verrà aperta a New York. Tutte queste prove erano le sue opere. Nel suo sogno, vede le illusioni di un luogo di altri luoghi. Rispetto questo lavoro basato sulle opere di leggende viventi come Zaha Hadid, Tom Mayne, Frank Gehry che vivono i sogni di tutte le ere; gotica, rinascimentale, architettura costruttivista, architettura moderna… Stiamo facendo una grande ricerca, e non solo la usiamo, ma stiamo anche cercando nuovi modi per creare nuove storie per l’intelligenza artificiale. Possiamo vagare nella mente di una macchina con una videocamera e far sì che riviva un determinato momento. Era la prova per questo. Potrebbe essere invece il risultato.

Yonca Keremoglu: Lavorando con l’intelligenza artificiale in numerosi progetti, come valuta l’impatto dell’IA sull’umanità?

Refik Anadol: Penso che sia meglio ricordare a noi stessi, come umani, di quando abbiamo scoperto per la prima volta il fuoco, con cui abbiamo cucinato, ma con cui abbiamo anche creato armi. La stessa cosa vale per l’IA. Con la stessa tecnologia, con un codice a linea singola possiamo trovare una cura al cancro e con quello stesso codice possiamo anche creare l’invenzione più diabolica del mondo. Ci sono relazioni simili fra l’IA e invenzioni precedenti. La domanda è: “Dove ti vuoi trovare nello spettro? Vuoi creare quell’invenzione diabolica, o vuoi cercare le idee che miglioreranno la capacità cognitiva con creatività come sapere come viene cotto il cibo, o come viene trovata una cura per il cancro?” Io mi trovo dalla parte degli ottimisti. Nella mia versione del futuro, le macchine non prevarranno su di noi e non ci distruggeranno. Nel futuro che ho sognato, le persone hanno più cura per la natura, credono nell’oggettività dell’IA per vederla come un’opportunità di risolvere problemi. Pertanto, i robot non ci ruberanno i lavori ma al contrario, ce ne daranno di nuovi. Non tutti devono immaginare il futuro in questo modo ma dovremmo sapere che in quanto esseri umani tendiamo a pensare più negativamente dato che abbiamo istinti che sono proprietà standard del nostro DNA. Credo che le idee che ci porteranno oltre non proverranno più dall’istinto di sopravvivenza. La scoperta del fuoco è collegata all’istinto di sopravvivenza, ma collegare l’IA con la sopravvivenza non sarà la stessa cosa. Credo che dovremmo modificare la nostra mentalità.

Yonca Keremoglu: Cosa sta leggendo ultimamente?

Refik Anadol: Attualmente sto leggendo due libri. Uno è The Art of Memory di Francis Yates. È un libro molto interessante. L’altro è In Search of Memory: The Emergence of a New Science of Mind di Eric Kandel. È un’ottima lettura. Questi libri aprono la mia mente, sto conducendo studi sulla memoria al momento. What Technology Wants? di Kevin Kelly è anche un’altra ipotesi. A parte questi, cerco di seguire le notizie che riguardano le neuroscienze.


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