“Alle soglie del 2000, con la liberazione di speranze e paure millenarie, sono certo che il futuro giocherà ancora una volta un ruolo dominante nella nostra vita”: cosi scriveva J.B. Ballard nel 1982 nell’antologia di racconti chiamata “Mitologie del futuro prossimo”.

Più di trent’anni dopo, sull’onda dell’accelerazione tecnologica che ha caratterizzato l’ultimo ventennio di storia, la sua previsione si è avverata:  il futuro, che per anni aveva latitato dalle narrazioni ufficiali, è tornato ad essere al centro del dibattito culturale e scientifico e di nuove visioni ad occhi aperti.

Ma cosa vuol dire pensare il futuro e al futuro nell’epoca più tecnologicamente avanzata di sempre, in cui molto di ciò che un tempo era possibile unicamente immaginare è diventato realtà, e la creazione di intelligenze artificiali sempre più evolute sta aprendo nuove sfide che rendono urgente il ripensamento dell’idea stessa di umanità?

A Beutiful Accident, presentata nella cornice della 5a Biennale di Trondheim dal titolo Meta.Morf, è un tentativo di cercare delle risposte a queste domande attraverso le opere di otto artisti internazionali, osservatori privilegiati e fondamentali di questo cruciale momento storico.

Ci troviamo infatti davanti ad una condizione tecnologica avanzata in cui l’interdipendenza tra l’uomo e gli strumenti da lui progettati per migliorare la sua esistenza  è diventata cosi capillare da rendere sempre più difficile tracciare dei confini netti tra i due ambiti.

Viviamo in un “mondo nuovo”, fianco a fianco con macchine intelligenti che non solo sembrano acquisire, o forse sarebbe meglio dire imitare, sempre più caratteristiche umane, ma che tentano di potenziarle e rettificarle con inquietante e spesso ambigua precisione.

 Predictive art bot è un’installazione dei Disnovation.org in cui una profetica intelligenza artificiale produce e presenta  brevi affermazioni e ipotesi su possibili futuri scenari artistici e culturali, elaborati grazie al monitoraggio costante del  dibattito artistico e tecnologico contemporaneo su piattaforme online come Wired o Atlas e poi trasmessi in tempo reale ad un account Twitter.

In Axon, invece, Joris Strijbos mette in scena una suggestiva coreografia di luci, suoni e movimenti generata da tre robot attraverso l’utilizzo di una rete neurale, ipotizzando la creazione di macchine non solo autonome, ma anche creative: mai come ora il futuro è stato cosi a portata di mano (o forse di algoritmo), ma qual è il destino di una società e di un’umanità che non hanno più bisogno dell’errore e della casualità?

The Modular Body di Floris Kaayk è una narrazione fantascientifica sulla costruzione di Oscar, una forma di vita artificiale e modulare le cui parti del corpo possono essere comodamente sostituite in caso di malfunzionamento; una procedura che  solleva non pochi  problemi etici sui limiti della modificazione e della manipolazione del corpo biologico in funzione del suo perfezionamento: siamo sempre più padroni del nostro destino e nello stesso tempo costantemente sull’orlo di una perdita di controllo su di esso.

Il  rapporto tra genetica e tecnologia viene affrontato in maniera più specifica anche da Pinar Yoldas in Designer Babies, una riflessione sul delicato tema della modificazione del genoma umano, mentre in The Order Electrus Kaayk ci presenta  un paesaggio  in cui la natura stessa, adattandosi alle modellazioni ambientali apportate dall’uomo, ha dato vita a nuove, ibride specie di insetti.

L’Antropocene sembra dunque configurarsi come un terreno incerto nel quale uomini e macchine convivono in un clima simbiotico e opaco allo stesso tempo, ricco di zone grigie in attesa di essere decodificate e di domande ancora da formulare. The Council di Frederick De Wilde e Recursion di Sascha Pohflepp propongono una situazione paradossale in cui, in una bizzarra inversione di ruoli, sono le macchine che si interrogano e riflettono sulla natura degli esseri umani.

Nel primo caso ci troviamo di fronte ad un’intelligenza artificiale che sondando le profondità della rete cerca di comprendere alcune questioni contemporanee legate all’umanità; in Recursion  invece, una IA è chiamata a comporre – dopo essere stata allenata con una serie di testi relativi alla biologia umana, alla nascita delle società e a tematiche affini – un testo che inizia con la parola “umano”, recitato poi da un’attrice.

L’apprendimento automatico, lo sviluppo di tecnologie in grado di auto migliorarsi nel tempo e dunque di essere sempre più indipendenti dai propri inventori, è l’oggetto dei tre lavori di James Bridle, Activation 01 – 05, Gradient Ascend e Autonomous Trap; in questa serie di opere l’artista, scegliendo come oggetto della sua indagine le automobili a guida autonoma, va alla ricerca di espedienti e trappole per reintrodurre il dubbio e l’incertezza all’interno di un sistema che sembra poterne fare a meno, nel tentativo di aprire nuove visioni e mettere a punto strategie di resistenza.

Scrive Sascha Pohflepp in “Living Machines” che “Nonostante pensiamo che questi tentativi siano qualcosa di nuovo, la realtà è che il sogno di costruire la vita è qualcosa di antico. Ciò che è nuovo sono gli strumenti.” Cosi come in Different Ways to Infinity – DWI Felix Luque Sanchez ci mostra i diversi significati che può assumere l’idea di infinito,  attraverso strani esperimenti che presentano la realtà non come struttura chiusa, ma come sistema aperto al caso e all’instabilità, davanti ai nostri occhi si stagliano oggi all’orizzonte  innumerevoli mondi possibili. Quali rimarranno solo sogni (o incubi) e quali invece si trasformeranno in realtà?


http://metamorf.no/?project=about-meta-morf