San Jose Museum of Art, San Jose, California
01 / 02 / 20 - 05 / 07 / 20

Tra le prime donne a conseguire un master in pittura alla UC Berkeley nel 1949, Sonya Rapoport (nata nel 1923 a Brookline, MA; morta nel 2015 a Berkeley, CA) è sempre stata un passo avanti rispetto ai suoi tempi. La mostra Sonya Rapoport: biorhythm traccia il passaggio di Sonya Rapoport da pittrice modernista ad artista concettuale all’avanguardia, fornendo uno sguardo approfondito sulla produzione dell’artista dal 1974 al 1983, un decennio cruciale che ha segnato un importante cambiamento nel suo lavoro dalla pittura astratta all’incorporazione delle tecnologie informatiche emergenti.

Prima mostra personale dell’artista dalla sua scomparsa nel 2015, Sonya Rapoport: biorhythm mette in luce il crescente fascino di Rapoport per gli elementi formali e concettuali dei personal data raccolti e analizzati al computer. Dalla pittura su larga scala nella collezione permanente del Museo, Beginning (1974), ai disegni dei diagrammi geologici e i lavori su carta per computer ad alimentazione continua presi in prestito dal Sonya Rapoport Legacy Trust. Sonya Rapoport: biorhythm riunisce anche collage, libri dell’artista, documentazione ed ephemera dell’omonima performance in più parti di Rapoport, Biorhythm (1980-84), che esplorava l’interazione partecipativa con i computer.

La prolifica carriera di Rapoport è stata alimentata da una fascinazione per i collegamenti tra i sistemi codificati e l’io, particolarmente avanti rispetto ai tempi, che ha esplorato nei suoi primi lavori attraverso astrazioni simboliche di cui si è appropriata da discipline come la chimica, la botanica e la biologia. Il suo interesse per i computer è nato a metà degli anni Settanta, quando ha scoperto le stampe dei computer scartate nel Dipartimento di Matematica dell’Università di Berkeley e ha iniziato a incorporarle nel suo lavoro.

Rimasta affascinata, nel 1977 ha seguito un corso di programmazione che le ha permesso di analizzare i dettagli raccolti nelle sue immediate vicinanze, come la disposizione degli oggetti sul suo comò o la sua collezione di scarpe. L’incorporazione di dati personali in disegni simili a grafici – così come le informazioni raccolte attraverso la collaborazione con gli scienziati del Lawrence Berkeley Laboratory, o con l’antropologa Dorothy Washburn – ha segnato una svolta nella carriera di Rapoport. Una selezione di questi disegni della fine degli anni Settanta evidenzia come le sue mappature visive si siano allontanate dalle rappresentazioni astratte per riflettere questioni più personali, politiche e sociali.

Negli anni Ottanta, l’artista ha iniziato a tracciare i dati personali in trame e collage attraverso performance interattive assistite dal computer, un’altra strategia innovativa che è diventata cruciale per l’evoluzione della net art nei decenni successivi. L’opera pluriennale Biorhythm (1980-84) si basava sulla raccolta e l’analisi di dati personali attraverso self-assessment e il calcolo tecnologico. Utilizzando i computer “bioritmo”, allora molto diffusi, per misurare gli stati emotivi, fisici e intellettuali degli utenti e confrontando i dati con i conti personali, Rapoport ha tracciato la correlazione tra la valutazione calcolata e quella personale.

La terza fase del progetto, percettivamente intitolata The Computer Says I Feel… (1984) ha utilizzato questi per alimentare un futuro immaginato in cui gli individui consultano i computer per valutare i loro sentimenti. L’anticipazione critica ma giocosa di Rapoport sull’intreccio tra dati personali e computer negli anni ’80 non poteva essere più azzeccata. Oggi, una miriade di applicazioni digitali forniscono previsioni del tempo basate sull’esatta posizione, oroscopi individuali quotidiani e infiniti contenuti personalizzati spinti attraverso computer e smartphone. Confrontando i bioritmi generati dal computer con l’analisi psicologica, Rapoport ha messo in discussione l’impulso che la teorica culturale Jeanne Randolph ha descritto con questo giro di parole: il nostro presupposto principale sulla tecnologia è che funzioni.

Uno spazio di partecipazione all’interno della mostra – organizzata da Kathryn Wade, assistente curatrice – offre agli spettatori l’opportunità di sperimentare la metodologia profetica di Rapoport per caratterizzarsi attraverso una serie di calcoli tecnologici. Le risposte individuali di un breve self-assessment generano una raccolta di punti di dati che ogni partecipante può illustrare attraverso stencil di visualizzazioni astratte di dati. Descritto dall’artista come un tentativo di “quantificare l’informazione qualitativa”, i visitatori creano alla fine un autoritratto del XXI secolo ispirato all’opera A 20th century Portrait (1982), generata al computer, simile a un grafico.


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