MIT List Visual Arts Center - Cambridge
08 / 02 / 2018 - 15 / 04 / 2018

Before Projection: Video Sculpture 1974-1995 fa luce su un corpus di opere nella storia della videoarte che è stato in gran parte trascurato fin dai suoi esordi. La mostra esplora le connessioni tra il momento che stiamo vivendo e quello subito prima che la videoarte fosse drammaticamente trasformata dall’ingresso delle installazioni cinematografiche su larga scala nello spazio della galleria.

La mostra presenta una rivalutazione della scultura a monitor, a partire dalla metà degli anni ’70, con un’indagine puntuale focalizzata su opere esposte raramente negli ultimi vent’anni, presentando sia artisti canonici sia figure poco conosciute negli Stati Uniti. Fin dalle origini della videoarte, gli artisti hanno indagato le proprietà scultoree del televisore, e le possibilità offerte dalla combinazione di più immagini in movimento l’una accanto all’altra.

Gli artisti hanno assemblato i monitor in molteplici configurazioni e pareti video, e dagli anni ’80 in poi, hanno incorporato i televisori in ambienti e ambientazioni architettoniche elaborate. In sintonia con i progressi tecnologici, anche l’editing e gli effetti video sono diventati via via più sofisticati.

Opere di questo tipo hanno messo in evidenza una serie di problematiche concettuali e tematiche legate al mezzo televisivo: l’immagine statica e in movimento, la serialità, la figurazione, il paesaggio e l’identità. Il peso materiale dello schermo a tubo catodico (prima dell’avvento dello schermo piatto) ha inoltre ancorato saldamente queste opere allo spazio tridimensionale e alla scultura.

Before Projection si concentra sul periodo successivo alle primissime sperimentazioni video, prima del definitivo arrivo della video arte nelle gallerie e nei musei – che coincide con un’ampia disponibilità di attrezzature per la videoproiezione – accanto alle opere di pittura e scultura. Collocando la video scultura ben in vista accanto a nastri e proiezioni a schermo singolo, piuttosto che in posizione isolata, questa mostra esalta particolari tipi di opere che sono cadute quasi istantaneamente nell’oblio a metà degli anni ’90, e da allora hanno ricevuto scarsa attenzione critica.

Il video Pong-Pong di Ernst Caramelle (1974), creato al MIT quando l’artista era un membro del Center for Advanced Visual Studies (CAVS), esamina la relazione tra il corpo umano e il video registrando una partita di ping-pong, che viene riprodotta su due monitor montati su carrelli AV approssimativamente all’altezza degli occhi e posizionati di fronte a un tavolo da ping pong “reale”.

La prima installazione video a due canali di Dara Birnbaum, Attack Piece (1975), consiste in due monitor posizionati uno di fronte all’altro. Uno schermo mostra una serie di fotografie di uomini armati di telecamere Super 8 che si intromettono nel campo visivo del fotografo (Birnbaum), mentre quello opposto presenta il filmato ripreso da lei in contemporanea.

Trasferito al video, lo spettatore viene catturato in un campo visivo di attacco che considera l’apparato della fotocamera, le dinamiche di genere, nonché il rapporto tra celluloide e segnale video elettronico.

Per Equinox (1979), una meditazione sovversiva sulla natura e sul video, Mary Lucier ha messo a dura prova la sua videocamera puntandola sul sole per dodici giorni consecutivi, bruciando il tubo da ripresa e lasciando sempre più segni sulle immagini, poi presentate su sette monitor di dimensioni crescenti montati su piedistalli.

In River, un’opera che contempla il flusso del segnale elettronico e l’idea di video come “realtà liquida”, Shigeko Kubota (1979-81) monta tre monitor su un canale pieno d’acqua che riflette le immagini, comprese quelle di se stessa che nuota tra le onde. TV for TV di Takahiko limura (1983) compie il gesto umoristico di girare gli schermi di due televisori  uno contro l’altro in modo che il segnale di trasmissione incessante riproduca solo la tecnologia stessa.

PAL or Never the Same Colour (1988) di Maria Vedder, un’opera esposta di rado e che sarà ricostruita per la mostra, impiega uno dei primi sistemi di videowall e si interessa dei diversi standard di trasmissione PAL e NTSC stabiliti in Europa e Nord America, considerando le loro implicazioni estetiche e geopolitiche.

Nella sua prima opera Snake River (1994), Diana Thater, esponente di una nuova generazione di artisti che lavorano con il video, utilizza tre monitor, ognuno dei quali mostra dei filmati in uno dei tre colori primari rosso, verde o blu, che insieme compongono l’immagine a colori di un monitor CRT.

Questo espediente rende visibile il sistema “additivo” di miscelazione del colore, che di solito è impercettibile, evidenziando non solo gli standard tecnologici, ma anche i meccanismi della percezione visiva umana. Before Projection: Video Sculpture 1974-1995 è curata da Henriette Huldisch, direttrice dell’ufficio mostre presso il MIT List Visual Arts Centre.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo illustrato, curato da Henriette Huldisch con il contributo di Edith Decker-Phillips ed Emily Watlington, e pubblicato da Hirmer Verlag in collaborazione con il MIT List Visual Arts Center. La mostra è offerta come parte di una partnership tra istituzioni artistiche e scolastiche organizzata per celebrare il ruolo  fondamentale che la città di Boston ha giocato nella storia e nello sviluppo della tecnologia.

Questa partnership è stata avviata dall’Institute of Contemporary Art/Boston per realizzare una serie di mostre e programmi collaterali collegati ai temi della mostra dell’ICA Art in the Age of the Internet, 1989 to Today. La mostra al List Center è stata realizzata con il supporto di Fotene Demoulas e Tom Coté, Audrey e James Foster, Jane & Neil Pappalardo, Cynthia & John Reed e Terry & Rick Stone.


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