Uno dei quadri più sconosciuti, ma al contempo iconici, della ricca produzione del pittore austriaco Gustav Klimt è formalmente un incompleto. Il ritratto postumo di Maria Munk, una delle ragazze più in vista della società viennese di inizio Novecento, morta suicida il 28 dicembre 1911 per una delusione d’amore, è invero un’opera incompiuta. Dopo che il massimo pittore di Vienna in quel periodo vide rifiutate due versioni dell’opera da parte della madre inconsolabile, non riuscì infatti a terminare la terza perché morì dopo aver iniziato il bozzetto e dato le prime pennellate. Il dipinto, mai portato a termine, mostra altresì il complesso e alquanto unico processo di ideazione e creazione del soggetto da parte di Klimt e per questo motivo affascinò gli appassionati e i critici dell’epoca, rappresentando ancora oggi una delle testimonianze più fulgide del gesto artistico di uno dei padri del Secessionismo viennese.

La morfologia dell’arte e della cultura in generale, agli inizi del nuovo millennio, descrive e caratterizza i tratti di un organismo alquanto complesso. Un bozzetto ancora incompleto, che sta prendendo forma, alle prime spruzzate di colore. Una creatura in trasformazione, caratterizzata – in modo ancora non del tutto consapevole, ma per questo così attraente – da una progressiva decostruzione delle strutture sociali, disciplinari, linguistiche e creative fino ad allora conosciute. Lo sviluppo tecnologico, le reti e la ricerca scientifica contribuiscono, già dalla metà degli anni Novanta, a un assottigliamento costante e progressivo del paradigma che ha governato la creazione di significato e valore nelle società occidentali. Separazione, specializzazione, caratterizzazione, sono le parole vetuste di un passato che tende rapidamente a scomparire in favore di un nuovo linguaggio espressivo stratificato, dinamico e interdisciplinare, i cui confini erano al tempo ancora sconosciuti. Ma che da lì a poco avrebbe pervaso i campi dell’arte, del design, della cultura e della creatività. Essere stati testimoni di questa trasformazione, anzi, esserne stato uno dei principali osservatori a livello nazionale e internazionale, è uno dei grandi privilegi della mia vita professionale. E sono convinto, anche di quella dei critici, dei teorici, dei ricercatori e degli artisti che sono i veri protagonisti di questa pubblicazione.

Il libro Intervista con la New Media Art. L’osservatorio Digicult tra arte, design e cultura digitale si basa, infatti, sull’esperienza di una delle più importanti piattaforme editoriali indipendenti di critica della New Media Art, che nel corso degli ultimi quindici anni ha monitorato lo sviluppo e l’impatto della tecnologia e della scienza sulla produzione artistica e culturale contemporanea. Attraverso una serie di saggi scritti da alcuni dei suoi autori più rappresentativi e una serie di interviste a molti tra gli artisti e designer più innovativi di questo inizio millennio, il volume si pone l’obiettivo di costituire una risorsa che diffonda e approfondisca gli ambiti di ricerca e di produzione a cavallo tra arte, tecnologia e scienza a livello nazionale e internazionale. Oltre a rappresentare un importante documento storico, questa pubblicazione recupera l’esperienza professionale e umana del progetto Digicult, fornendo al contempo un utile strumento di navigazione e di comprensione della poetica artistica odierna grazie alla pluralità delle voci proposte, degli angoli di osservazione suggeriti e della spinta innovativa che lo caratterizza.

Ho avuto tante volte l’occasione di presentare pubblicamente Digicult o di essere intervistato a riguardo. Una di queste è stata per una piccola ma seminale pubblicazione dal titolo Cultural Bloggers Interviewed edita da Nicola Mullenger e Annette Wolfsberger per il LabforCulture[1], insieme ad altri importanti editori e critici dell’epoca che si occupavano di New Media Art come Marta Peirano e Josè Luis de Vicente di Elastico.net, Regine Debatty di We Make Money Not Art, Michelle Kasprzak di Curating.info e Alessandro Ludovico di Neural.it, tra gli altri. La filosofa e storica dell’arte Mercedes Bunz, fondatrice della rivista De:Bug, nel testo introduttivo del libro, afferma: “per questi autori indipendenti, perseguire uno scopo, un dovere – per quanto auto-imposto – è più importante che mai nell’era del capitalismo digitale. Dal momento che il mondo culturale (e non solo) si è completamente capovolto, il concetto di do it yourself è stato completamente ridefinito, da un gesto di pura resistenza a una pratica consigliata”. Tenendo conto di come anche il pensiero di filosofi come Theodor Adorno e Max Horkheimer considerasse la cultura come un campo di produzione del tutto autonomo, fatto di regole difficilmente classificabili, all’interno del contesto capitalistico imperante, Bunz ricorda nel suo testo come un’intera generazione di professionisti che hanno deciso di lavorare nel campo della cultura del nuovo millennio, soprattutto in mancanza di fondi e supporti statali o privati, ha dovuto farlo inventandosi delle modalità alquanto varie e creative, senza alcuna garanzia di sopravvivenza. “In ambito culturale, tu produci per l’interesse di farlo, a prescindere che ciò che fai sarà un successo o un fallimento”.

Nell’intervista presente all’interno del libro, racconto essenzialmente di come Digicult sia nato da un’esigenza, personale e condivisa con una primitiva batteria di colleghi e amici: quella di creare in Italia un progetto che agisse da punto di incontro e di riferimento per un’intera generazione di professionisti (curatori, accademici, critici, studenti, attivisti) che iniziavano in quegli anni a occuparsi di arte e cultura digitale in tutte le sue forme e derivazioni interdisciplinari. L’intenzione fu quella di creare una vetrina per promuovere un certo tipo di cultura d’avanguardia all’interno del nostro paese, capace di esportare la voce di una generazione di autori anche al di fuori dei patri confini, convogliando l’esperienza e le reti di conoscenza di ciascun membro del Network su un progetto centrale, in modo tale da sopperire alla mancanza endemica di aiuti e finanziamenti da parte delle istituzioni preposte e al disinteresse di editori e investitori, rompendo le rigide regole editoriali della stampa e sfruttando le potenzialità e la gratuità di Internet per crescere, sopravvivere e diffondersi. Una forma di attivismo culturale dal basso, in piena logica open e free che tale è rimasta nell’arco di quindici anni al punto da rappresentare oggi uno degli archivi di informazioni, interviste, saggi e articoli in rete più ampi e citati. Gratuito, a libero accesso e a disposizione di una community sempre più ampia di studiosi e ricercatori a livello globale.

Quando decisi di avviare il progetto – parliamo dell’inverno del 2004, in quanto io stesso da circa dieci anni a contatto con un certo tipo di frequentazione contro-culturale di stampo politico e sociale, ma anche artistico e tanto, tanto interessata all’uso creativo e critico della tecnologia – una cosa, ricordo, volevo fortemente: fare tesoro di alcune esperienze passate che ammiravo, per avviare una sperimentazione nuova e per certi versi autonoma. Una piattaforma che coinvolgesse in maniera collettiva alcuni dei soggetti che in Italia si stavano affacciando come me sulla scena artistica e culturale del paese, con background differenti e approcci spesso radicalmente opposti. Ai tempi eravamo tutti, chi più e chi meno, figli delle dottrine della generazione precedente. Quella delle BBS, delle reti autonome come FidoNet, delle piattaforme come HackerArt, di eventi come Artmedia e di riviste storiche come Decoder da un lato o Leonardo dall’altro, la cui influenza ci impegnavamo a traghettare all’interno di specifiche sacche di resistenza politica e creativa in cui le nuove tecnologie, hardware, software e soprattutto di rete la facevano da padrone. Al contempo molti di noi si sono sentiti, in breve tempo, stretti da un lato da una comunità che, per quanto aperta e curiosa, non era pienamente in grado di comprendere e collocare la portata ampia di questo tipo di esperienze, dall’altro da un timido tentativo di certificazione e riconoscimento da parte dei contesti e dei circuiti dell’arte contemporanea e dei bastioni inaccessibili di un’accademia arrogante e ottusa, dall’altro ancora dal confronto con progetti editoriali che sembravano chiusi nella loro bellissima e inaccessibile autarchia. Da piattaforme come Rhizome e Media Art Net a siti come Furtherfield, Monoskop e Artificial.dk, da riviste come Neural e Metamute a blog come New Media Fix e GeneratorX, da mailing list più politico-culturali come Nettime e Syndicate ad altre di stampo maggiormente artistico come NetBehaviour e Spectre, solo per citare alcuni esempi.

Digicult si è posto sin da subito come un’alternativa: un progetto collettivo, quanto più orizzontale possibile, che potesse estendere l’idea stessa di network a differenti strutture, entità organizzative, rizomi di attività e conoscenza. Perché se è vero che il gruppo di autori è stato il nucleo centrale, il perno, su cui anche questa pubblicazione ruota, è anche vero che la piattaforma ha sperimentato altri tipi di reti di valore e conoscenza come la sua stessa redazione o le innumerevoli collaborazioni e partnership con una lista quasi infinita di festival, istituzioni, gallerie, eventi culturali e singoli professionisti sparsi in tutto il mondo, che hanno allargato a dismisura la considerazione internazionale della piattaforma. La sua riconoscibilità. Digicult è stato lungimirante nell’aver suggerito da subito una visione panoramica del contesto della cultura digitale contemporanea. È stato abile nell’aver creato ponti, avvicinato ambiti disciplinari che fino a poco prima nemmeno si parlavano e che oggi – il tempo ci ha dato ragione – si impegnano a dialogare come fosse quasi l’unico modo per poter sopravvivere all’accelerazione imposta dallo sviluppo tecnologico e scientifico alla società in cui viviamo. È stato quasi oltraggioso nell’aver contribuito a rompere le barriere tra una cultura “alta” e accademica e una “bassa” e autodidatta, processo testimoniato dalle tantissime citazioni in libri, tesi di laurea e dottorati di ricerca, nonché dalle innumerevoli presentazioni in università e accademie, in Italia e all’estero. È stato infine coraggioso nell’aver sperimentato nuove forme di economia della cultura; in modo non del tutto spontaneo, certo, ma secondo traiettorie comunque funzionali e soprattutto indipendenti. Sfruttando unicamente gli strumenti a disposizione in quel determinato momento storico. Come quelli del digital publishing su tutti, che hanno garantito un nuovo formato e una sostanziale archiviazione della rivista storica di Digicult, quel Digimag il cui primo numero risale al giugno del 2005 e che, ancora oggi attivo, si è trasformato negli anni da rivista mensile a journal scientifico trimestrale.

Se mi doveste chiedere se tutto questo fosse stato programmato, per lo meno immaginato, vi risponderei francamente di no. Nulla di ciò che è oggi Digicult è stato studiato a tavolino: tutto si è sempre sviluppato in modo spontaneo, fluido, adattivo. Senza una formula matematica da seguire, senza uno schema logico prefissato. Probabilmente avremmo suscitato la curiosità di uno come Kurt Friedrich Gödel, ritenuto uno dei più grandi logici di tutti i tempi, matematico e filosofo finissimo, passato alla storia per i suoi Teoremi di Incompletezza[2], enunciati nel 1931 e dal quel momento punto cardine della logica formale e della filosofia contemporanea. Il primo teorema soprattutto, dimostra che qualsiasi sistema consistente (privo cioè di contraddizioni) è per sua stessa natura incompleto: esso contiene affermazioni di cui non si può dimostrare né la verità né la falsità. Parafrasando: ogni insieme assiomatico coerente (composto cioè di affermazioni dimostrabili, quindi certe) è dotato di proposizioni che non possono essere né dimostrate né altresì confutate sulla base degli assiomi di partenza. In altre parole, la coerenza di un sistema è tale proprio perché non può essere dimostrata. Afflitto sin da giovane da una serie di ipocondrie e fobie di varia natura, Gödel ne sviluppò una in particolare verso l’avvelenamento da cibo. Disturbo ossessivo-compulsivo che lo portò negli anni a evitare sempre di più gli alimenti, di qualsiasi tipo e natura e che lo portò a una graduale denutrizione, anoressia e inedia che ne decretarono infine la morte. È sempre stato per me interessante osservare come Gödel abbia rappresentato la personificazione in vita della validità del suo rivoluzionario postulato: anche una mente finissima, un sistema apparentemente perfetto e intriso di logica, può essere imperfetto ed evidenziare una serie di meccanismi fallaci al suo interno. Una distopia difficile da comprendere, non dimostrabile nella sua efficacia o disfunzionalità, ma altresì affascinante nella sua evidenza di incompletezza. Un sistema che, proprio nelle sue mancanze, rivela tutta la sua unicità e bellezza.

Come già ampiamente illustrato nel mio precedente libro Arte, Tecnologia e Scienza. Le Art Industries e i nuovi paradigmi di produzione nella New Media Art contemporanea[3], il termine “New Media Art” è di per sé vettore di complessità, che riteniamo ormai consistente per la sua valenza interdisciplinare e che ha come centro nevralgico l’uso delle tecnologie e la vicinanza con la ricerca scientifica. I sottoinsiemi culturali che si sono generati negli ultimi anni, i vari ambiti disciplinari e i differenti linguaggi espressivi, possono essere considerati come entità singole e paradigmatiche che solo nel loro insieme riescono a descrivere un percorso produttivo che si è sviluppato in modo spontaneo e irregolare e che si è velocemente diffuso fino a toccare quasi tutto lo scenario creativo contemporaneo. Una serie, questa, di assiomi difficilmente contestabili, per lo meno alla luce di quanto accaduto nel corso degli ultimi vent’anni anni a livello globale. In questo arco di tempo, l’aspetto tecnologico e quello artistico si sono intrecciati lungo diversi orizzonti che sono diventati veri e propri ambiti di riflessione sui nuovi media in senso ampio: il medium, in altre parole, è divenuto contemporaneamente strumento di raccolta, di elaborazione, di produzione e di condivisone dell’informazione, nonché spazio e oggetto della progettazione stessa. La generazione dei “mediatori” di questa transizione – molti dei quali, per lo meno in Italia, troverete all’interno di questa pubblicazione – è stata impegnata in un’operazione contemporaneamente di auto apprendimento e di formulazione di parametri di orientamento per individuare le traiettorie del suo movimento, in un continuo rapporto di scambio e permutazione fra conoscenze disciplinari eterogenee. Per raccontare le storie di chi in questo mondo si muove e produce, per agevolare processi conoscitivi, per innescare riflessioni, per facilitare la comprensione di specifici case study.

Assodata la validità di tutti questi postulati, è anche vero che non saprei dire, a oggi, se questa complessità e vastità di approcci sia stata un punto di forza di Digicult o una sua debolezza. Questa serie di assiomi, di proposizioni culturali che hanno dettato l’unicità del progetto, possono anche essere letti alla luce di un’impossibilità intrinseca di dimostrarne la veridicità. O tanto meno la falsità. È in altre parole Digicult un progetto riuscito? O forse, per sua stessa natura, incompleto? Ha confermato i suoi propositi di partenza? Ci ha donato un lascito facilmente misurabile? Nell’arco della sua esperienza, Digicult non è mai diventato – o non ha mai voluto diventare – più di quello che è sempre stato. Un progetto fieramente indipendente, lontano dalle mode, ma anche pieno di lacune e imperfezioni. Che ha perso tanti autori nel tempo e tanti ne ha anche trovati. Mai veramente capace di raggiungere una reale stabilità economica e fare il grande salto verso l’olimpo dell’editoria d’arte a livello internazionale. Anche se forse, in questa imperfezione, in questa incompletezza, ha sublimato la sua vera bellezza.

[1] N. Mullenger, A. Wolfsberger, LabforCulture (a cura di), Cultural Bloggers Interviewed, Metamute Ltd, Berlino, 2010

[2] Per maggiori informazioni sui Teoremi di Incompletezza di Gödel, si consiglia la lettura della relativa pagina dell’Enciclopedia della Matematica (2013) del sito della Enciclopedia Treccani

[3] M. Mancuso, Arte, Tecnologia e Scienza. Le Art Industries e i nuovi paradigmi di produzione nella New Media Art contemporanea, Mimesis Edizioni, Milano 2018